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Il Punto. Il Sudafrica tra militanza globale e fragilità interne

L’espulsione reciproca dei rappresentanti diplomatici segna un nuovo punto di rottura nei rapporti già logori tra Pretoria e Gerusalemme

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Il Punto. Il Sudafrica tra militanza globale e fragilità interne

La notizia è semplice nella sua brutalità: il governo sudafricano ha dichiarato persona non grata il più alto rappresentante israeliano a Pretoria, accusandolo di aver violato ripetutamente le regole diplomatiche, di aver insultato il presidente Cyril Ramaphosa e di non aver informato le autorità locali delle visite di funzionari israeliani. La risposta di Israele non si è fatta attendere, con una misura speculare che ha colpito l’inviato sudafricano accreditato presso Ramallah. Un gesto che chiude, se ancora ce ne fosse bisogno, uno dei canali diplomatici più freddi del panorama internazionale contemporaneo.

Per capire il senso di questo scontro occorre però allargare lo sguardo e osservare cosa è diventato oggi il Sudafrica, un Paese che continua a vivere della propria memoria fondativa ma che fatica sempre di più a tradurla in una prospettiva credibile di governo. Alla guida del Paese c’è ancora l’African National Congress, il partito che incarnò la lotta contro l’apartheid e che da trent’anni governa senza interruzioni, pur avendo perso smalto, consenso e capacità di risposta davanti a problemi strutturali sempre più evidenti, dalla crisi energetica cronica al collasso dei servizi pubblici, passando per una disoccupazione che resta tra le più alte al mondo e per disuguaglianze sociali mai davvero sanate.

In questo contesto di fragilità interna, la politica estera è diventata uno dei terreni privilegiati su cui l’ANC tenta di riaffermare una legittimità morale che in patria appare sempre più appannata. Il sostegno intransigente alla causa palestinese e l’ostilità frontale verso Israele vengono presentati come una prosecuzione naturale della battaglia contro il regime segregazionista del passato, attraverso un parallelismo che il gruppo dirigente sudafricano ripropone con insistenza, parlando di apartheid e, più recentemente, di genocidio. Non è un caso che Pretoria abbia promosso l’azione contro Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia, scegliendo un terreno simbolico e giuridico ad alto impatto mediatico, ma a basso costo politico interno.

Il Sudafrica di oggi, però, non è più il punto di riferimento morale globale che fu all’indomani della fine dell’apartheid. Sul piano internazionale si muove sempre più chiaramente dentro l’orbita dei BRICS, rafforzando i legami con Cina, Russia e Iran, e assumendo prese di posizione che lo allontanano dagli Stati Uniti e dall’Europa occidentale. Washington guarda con crescente fastidio a questa traiettoria, accusando Pretoria di ostilità sistematica e di una linea estera che spesso coincide con quella dei principali avversari strategici americani. Lo scontro con Israele si inserisce perfettamente in questo quadro, fungendo da moltiplicatore simbolico di una scelta di campo che va ben oltre il Medio Oriente.

Israele, dal canto suo, considera il comportamento sudafricano come parte di una campagna di delegittimazione politica e giuridica che ignora il contesto del 7 ottobre e la natura di Hamas, e vede nell’espulsione del proprio diplomatico un atto più ideologico che sostanziale, destinato a rafforzare una retorica interna sudafricana ormai scollegata dalla realtà regionale. La decisione di rispondere con una misura identica non mira tanto a riaprire un dialogo, quanto a segnalare che il terreno scelto da Pretoria non resterà senza conseguenze.

Alla fine, questo nuovo strappo racconta un Sudafrica che parla sempre più forte fuori dai propri confini mentre fatica a governare le proprie contraddizioni interne, e che utilizza il conflitto israelo-palestinese come una lente attraverso cui rileggere sé stesso e la propria storia, anche a costo di forzature evidenti. È una scelta che garantisce applausi in alcuni consessi internazionali e consenso simbolico in settori dell’elettorato, ma che rischia di isolare ulteriormente un Paese già alle prese con una crisi di fiducia profonda, dentro e fuori casa.


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