Il fuorionda della Rai non è una scivolata ma, semmai, una brutta fotografia scattata per sbaglio. Pur sempre una fotografia e pur sempre brutta. Anzi, ributtante nella sua semplicità. Quando qualcuno, con tono complice e disinvolto, suggeriscedi “evitare l’equipaggio israeliano” durante una diretta olimpica, è difficile parlare di una battuta maldestra di un tecnico distratto o dello sproloquio di un estremista con il gomito pesante. E non è nemmeno semplice ignoranza, perché l’antisemitismo non ha mai avuto bisogno dell’analfabetismo per prosperare; anzi, nella storia ha spesso trovato alloggio in menti coltissime e ambienti rispettabili.
Qui il punto è un altro, e va detto senza troppi complimenti. Ciò che è emerso nei microfoni della Rai è un riflesso dello spirito di questo tempo. Un clima in cui Israele è diventato il bersaglio automatico, il nome da sussurrare con fastidio, l’ospite da “evitare” per non disturbare la sensibilità dominante. Un clima in cui l’ebreo – oggi sotto forma di Stato – torna a essere l’elemento da neutralizzare, da mettere tra parentesi, da non mostrare troppo.
Non è il caso né un incidente ma è il pensiero mediatico comune che parla senza più vergogna. Un pensiero che da anni coltiva l’idea che Israele sia sempre e comunque l’imputato, che la sua presenza sia un problema, che la sua bandiera sia divisiva, discutibile. Prima lo si insinuava con prudenza, oggi lo si dice a microfoni aperti, convinti che in fondo sia normale. E la cosa più inquietante non è nemmeno quella frase, ma il silenzio che la circonda.
Perché milioni di persone non la pensano così. Milioni di cittadini non considerano Israele un corpo estraneo da nascondere in una competizione sportiva e, tuttavia, restano se ne stanno zitti. E nel restare zitti permettono a una minoranza rumorosa – che sia grande o piccola poco importa, resta una minoranza – di occupare lo spazio pubblico come se fosse l’unica voce legittima. A furia di sentirla, finiamo quasi per crederci anche noi, come se davvero fosse diventata la misura del sentire collettivo. E ci spaventiamo. Ci angosciamo. Non ci dormiamo di notte. Ci sentiamo sotto assedio e così scatta la vecchia trappola che funziona sempre.
La cosiddetta maggioranza silenziosa si affida al buon senso privato e abbandona il campo collettivo quando invece dovrebbe parlare non per incendiare le piazze, non per rispondere all’odio con altro odio, ma per rivendicare un diritto elementare: poter dire che discriminare, anche solo simbolicamente, un equipaggio perché israeliano è inaccettabile. Finché chi non è antisemita continuerà a tacere, l’antisemitismo continuerà a sembrare la lingua ufficiale del tempo.
Il silenzio che fa vincere l’antisemitismo
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