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Il ritorno di Ran Gvili e la commozione di tutta Israele

Tutto il Paese sa che il futuro non può più permettersi compromessi sulla sicurezza

Fiammetta Martegani

Tempo di Lettura: 3 min

Tel Aviv. “Abbiamo mantenuto la promessa di non lasciare indietro nessuno”, ha dichiarato con fierezza Eyal Zamir, Capo di Stato Maggiore, dopo aver avuto l’amaro compito di annunciare a Itzik e Talik Gvili, i genitori di Ran, che il corpo del figlio Ran era stato localizzato e identificatoin un cimitero a nord della Striscia di Gaza. “I soldati dell’IDF, i combattenti al fronte e tutto il popolo sono emozionati per il ritorno di Ran in Israele. La notizia è dolorosa, ma porta con sé un’enorme sensazione di sollievo. Sono felice che il cerchio si sia chiuso”, ha concluso Zamir.

Una chiusura appunto drammatica ma anche necessaria non solo per la famiglia di Ran Gvili e per quelle di tutti gli ostaggi, che si sono battuti giorno dopo giorno per il ritorno di coloro – israeliani e non israeliani – che sono stati rapiti da Hamas il 7 ottobre, ma per l’intera società israeliana. 

Dai tempi del rapimento del soldato Gilad Shalit, fatto prigioniero il 25 giugno 2006 e rilasciato dopo più di sei anni in cambio di 1027 detenuti palestinesi, fino ai casi successivi durante l’operazione “Margine Protettivo” del 2014, Israele ha convissuto con un incubo costante e una potente arma di ricatto nelle mani dei suoi nemici, e cioè la presenza di cittadini israeliani in ostaggio a Gaza.

La storia del sergente maggiore Ran Gvili è particolarmente drammatica per gli israeliani perché l’ultimo ostaggio a tornare a casa è stato anche uno dei primi a mobilitarsi. La mattina di quel Sabato Nero, questo valoroso ventiquattrenne, appena saputo del massiccio attacco terroristico, ha indossato l’uniforme e ha raggiunto senza pensarci due volte le zone in cui si stava consumando il massacro, per unirsi ai suoi commilitoni.

Gvili prestava servizio nella YASAM (Unità di Pattugliamento Speciale altamente addestrata, che opera come cerniera tra polizia e ambito militare) del Negev. Il 7 ottobre non ha esitato a imbracciare le armi pur non essendo in servizio attivo. Ran era infatti ricoverato in ospedale per ferite riportate a causa di un incidente di moto, ma la sua determinazione ha reso possibilesalvare la vita a numerosi civili prima di essere ucciso e il cui corpo è stato poi rapito e tenuto in ostaggio da Hamas. Il giovane ha combattuto in prima linea all’ingresso del kibbutz Alumim, con una risolutezza tale che i membri del kibbutz gli hanno poi voluto dare il nome di “Ran, il difensore di Alumim”.

Secondo i racconti di amici, parenti e colleghi, Ran, con le spalle larghe e un sorriso aperto, era un giovane che amava la vita e dalla vita era amato. “Con il ritorno di Ran, tutti gli ostaggi sono stati restituiti dal territorio della Striscia di Gaza”, ha dichiarato il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane. “E ciò che lo ha riportato a casa è stata la pressione militare inflessibile su Hamas”.

Il dolore per la sua perdita, come per tutte le altre perdite di questi anni di guerra, resterà una ferita profonda. Ma è anche una ferita che oggi il popolo di Israele comincia lentamente a guardare con la consapevolezza che il futuro non può più permettersi compromessi sulla sicurezza.


Il ritorno di Ran Gvili e la commozione di tutta Israele

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