La decisione di Moody’s di migliorare le prospettive sul debito di Israele, portandole da negative a stabili e confermando il rating a Baa1, arriva come un segnale che va oltre il linguaggio tecnico delle agenzie di rating. Dopo due anni segnati da guerra, instabilità regionale e tensioni politiche interne, i mercati internazionali tornano a guardare a Israele come a un’economia che, pur indebolita, non ha perso le proprie fondamenta.
Il cuore della valutazione di Moody’s è geopolitico prima ancora che finanziario. Secondo l’agenzia, l’esposizione di Israele ai rischi regionali si è ridotta rispetto ai picchi considerati estremamente elevati nei mesi successivi al 7 ottobre 2023. La fine della fase di confronto diretto con l’Iran nell’estate del 2025, insieme ai cessate il fuoco, fragili ma operativi, con Hamas a Gaza e con Hezbollah lungo il confine libanese, ha contribuito a ridimensionare lo scenario di escalation permanente che aveva pesato sulle prospettive del Paese. Non si tratta di una normalizzazione, perché il contesto resta instabile, ma di un passaggio da una percezione di emergenza continua a una fase più prevedibile, che per gli investitori è già una differenza sostanziale.
Sul piano economico, Israele esce dalla guerra con cicatrici evidenti. Il deficit pubblico si è ampliato in modo significativo e la traiettoria del debito è cambiata in maniera strutturale. Prima dell’attacco di Hamas, le stime indicavano una discesa del rapporto debito-PIL verso il 50 per cento, mentre oggi Moody’s prevede una stabilizzazione intorno al 68 per cento, un livello che riflette il costo diretto del conflitto, l’aumento della spesa militare e il sostegno all’economia durante i mesi più duri. È un fardello pesante, che limiterà i margini di manovra del prossimo governo, ma che non viene giudicato, almeno per ora, incompatibile con la solidità finanziaria del Paese.
A sorprendere positivamente gli analisti è stata soprattutto la capacità di tenuta del sistema produttivo. L’economia israeliana ha mostrato una resilienza che pochi avrebbero pronosticato all’indomani del 7 ottobre, grazie in larga misura al settore delle alte tecnologie, che continua a rappresentare il motore principale della crescita. Nonostante la guerra, l’ecosistema hi-tech ha mantenuto flussi di investimento rilevanti, sostenuto da una base di capitale umano altamente qualificata e da un’integrazione profonda con i mercati globali. È su questo segmento che Moody’s fonda le sue previsioni di una ripresa rapida nel 2026, con una crescita del PIL stimata intorno al 5 per cento, seguita da un assestamento su tassi comunque superiori a quelli delle principali economie avanzate.
La valutazione non ignora però le fragilità politiche. L’agenzia segnala come fattore di rischio la situazione interna, in vista delle elezioni legislative previste entro l’autunno. La stabilità del quadro politico viene considerata essenziale per garantire l’accesso privilegiato ai mercati finanziari e per gestire un bilancio pubblico sotto pressione. In altre parole, la fiducia accordata oggi non è incondizionata, ma legata alla capacità delle istituzioni israeliane di evitare nuove paralisi e di mantenere una direzione economica coerente.
Nel contesto internazionale, la revisione di Moody’s assume anche un valore politico implicito. In un momento in cui Israele resta al centro di critiche dure e di iniziative di isolamento diplomatico, soprattutto in Europa, il giudizio di un’agenzia di rating globale ricorda che la dimensione economica segue logiche diverse da quelle del confronto ideologico. I mercati non assolvono né condannano, ma misurano rischi, capacità di adattamento e credibilità di lungo periodo.
La prospettiva stabile non è un traguardo, ma una tregua. È un segnale che indica che il peggio, dal punto di vista finanziario, potrebbe essere alle spalle, a patto che la sicurezza non torni a deteriorarsi e che la politica interna sappia reggere il peso delle scelte necessarie. Per Israele, è una finestra di opportunità fragile, che conferma una volta di più come l’economia resti uno dei pochi ambiti in cui il Paese continua a parlare un linguaggio comprensibile e ascoltato ben oltre i confini del conflitto.
il ritorno della fiducia sotto la cenere del conflitto

