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Il Punto. Il Regno Unito dopo la Brexit: potenza media in cerca di equilibrio

Tra ambizioni globali, pressioni interne e rapporto con Israele, Londra ridefinisce il proprio ruolo in un mondo che non aspetta

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Il Punto. Il Regno Unito dopo la Brexit: potenza media in cerca di equilibrio

Il Regno Unito si muove oggi dentro una stagione che non consente indulgenze sentimentali verso il passato imperiale né illusioni sulla solitudine splendida evocata dai sostenitori della Brexit.
L’uscita dall’Unione europea ha imposto una ridefinizione concreta degli interessi nazionali, mentre la guerra in Ucraina, l’instabilità mediorientale e la competizione sistemica con la Cina hanno ridisegnato il perimetro entro cui Londra deve agire. Il governo laburista guidato da Keir Starmer ha scelto un registro pragmatico, consapevole che la crescita anemica e la pressione sui conti pubblici limitano le ambizioni, e che la credibilità internazionale si misura sulla coerenza delle scelte più che sugli slogan.

Sul piano economico, i dati dell’Office for National Statistics mostrano una ripresa fragile, condizionata dall’inflazione e dal rallentamento degli investimenti, mentre la City resta un hub finanziario di primo piano pur avendo perso una parte delle attività trasferite verso Amsterdam e Parigi dopo il 2020. Il tentativo di ricucire un rapporto operativo con Bruxelles procede attraverso accordi tecnici su commercio, ricerca e mobilità, senza riaprire formalmente il dossier dell’adesione. Si tratta di un equilibrio sottile, perché una parte dell’elettorato conserva un forte attaccamento alla sovranità riconquistata, mentre il mondo imprenditoriale chiede stabilità normativa e accesso ai mercati continentali.

La politica estera britannica continua a fondarsi su un doppio asse, atlantico ed europeo, con una marcata enfasi sulla sicurezza. Il sostegno a Kiev si è tradotto in aiuti militari consistenti e in un ruolo attivo nell’addestramento delle forze ucraine, in coordinamento con Washington e con la Nato. Allo stesso tempo Londra ha rilanciato la cooperazione nel quadro dell’AUKUS con Stati Uniti e Australia, segnale che l’Indo-Pacifico è percepito come uno spazio decisivo per il futuro degli equilibri globali. Questa proiezione richiede risorse e coesione politica, due elementi che il dibattito interno mette continuamente alla prova.

Nel rapporto con Israele, il Regno Unito mantiene una linea che combina sostegno al diritto alla sicurezza con richiami pubblici alla proporzionalità e alla tutela dei civili palestinesi. Le tensioni nelle università e nelle piazze, alimentate da una polarizzazione crescente, hanno costretto il governo a intervenire sia sul terreno dell’ordine pubblico sia su quello della definizione dei confini del discorso politico, in un contesto in cui il tema dell’antisemitismo resta sensibile per la memoria delle controversie che hanno attraversato il Labour negli anni di Jeremy Corbyn. Le relazioni economiche e tecnologiche con Israele proseguono, soprattutto nei settori della cybersicurezza e della ricerca scientifica, mentre Londra cerca di preservare un canale di interlocuzione con i Paesi arabi del Golfo, partner energetici e finanziari di peso.

Il quadro interno completa questa fotografia complessa. La questione scozzese non è scomparsa, benché il referendum appaia al momento lontano, e l’Irlanda del Nord continua a rappresentare un banco di prova per la gestione dei rapporti con l’Unione europea, dopo gli aggiustamenti apportati al Protocollo. La tenuta del sistema sanitario pubblico, il finanziamento delle infrastrutture e la gestione dei flussi migratori sono temi che incidono direttamente sulla percezione della stabilità del Paese e, di riflesso, sulla sua capacità di proiettare influenza all’esterno.

Il Regno Unito resta una potenza militare con un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e un peso diplomatico che supera le dimensioni demografiche. Tuttavia il margine di manovra dipende dalla capacità di conciliare ambizione e realismo, evitando di oscillare tra nostalgia e ripiegamento. La fase che si è aperta dopo la Brexit non è ancora approdata a un assetto definitivo; richiede una strategia coerente, una classe dirigente capace di assumersi responsabilità e un’opinione pubblica disposta a misurarsi con i costi delle scelte. In un mondo attraversato da fratture profonde, Londra non può permettersi di restare in attesa che siano altri a decidere per lei.


Il Regno Unito dopo la Brexit: potenza media in cerca di equilibrio