Mentre la portaerei USA Abraham Lincoln assieme al convoglio di altre unità navali americane con i loro super moderni e straordinari armamenti si avvicina alle coste dell’Iran, tutta l’opinione pubblica internazionale dotata di sentimenti umani si chiede se sia arrivata l’ora nella quale i carnefici di studenti, ragazzi, bazaris – testimoni delle stragi parlano di decine di migliaia di morti – massacrati perché chiedevano libertà, pagheranno finalmente il prezzo delle loro infamie.
È tragico, peraltro, doverlo ammettere, ma comunque la via per fare giustizia del regime sanguinario degli ayatollah, richiederà ancora passaggi intermedi e non tutti semplicissimi.
Solo qualche settimana fa si aveva l’impressione che la dittatura teocratica iraniana si stesse sciogliendo e con questa convinzione sono state pronunciate anche parole più ispirate ai desideri che alla realtà, talvolta non calcolando a pieno il rischio a cui si esponeva chi andava in piazza.
L’apparato repressivo degli assassini al servizio di Ali Khamenei ha dimostrato di avere ancora una sua tenuta. E quando militari e poliziotti non se la sono sentita di sparare sui propri fratelli, sono anche stati sostituti da sicari stranieri iracheni, afghani e altri mercenari o fanatici jihadisti.
Né va sottovalutato uno scenario mediorientale nel quale turchi, sauditi, emiratini sono preoccupati sia per motivi per così dire egoistici (un popolo iraniano libero sarebbe un soggetto particolarmente influente su scala globale) sia per ragionevoli preoccupazioni sull’aprire una crisi allo sbando in uno Stato con una popolazione di 90 milioni di persone (si è visto cosa è successo in nazioni anche meno popolose come Iraq, Siria, Libano o Libia).
Finita la fase nella quale in qualche misura sono prevalse le pur naturali emozioni e speranze, mi pare che Washington oggi abbia assunto posizioni che concretamente possono determinare una nuova fase nell’area che fu dell’antica Persia, chiedendo che sia sospeso il processo di arricchimento dell’uranio anche civile, siano dismessi i missili a lunga gittata e sia sospeso ogni finanziamento a milizie jihadisti in tutto il Medio Oriente: con la vita economica paralizzata, con l’inflazione al 60%, con le strade riempite dai sacchi grigi con i corpi di migliaia di martiri, di fronte alla minaccia di distruggere postazioni militari strategiche, il regime degli ayatollah avrà quasi insuperabili difficoltà a non trattare con Washington.
Anche perché dopo qualche tentativo di sfilarsi persino francesi e spagnoli si sono allineati alla Commissione Europea che, innanzi tutto su richiesta del governo italiano, chiede di inserire nell’elenco delle organizzazioni terroristiche i Pasdaran, dimostrando il sempre più crescente isolamento di una Teheran che, ormai, anche i suoi antichi soci russi e cinesi hanno difficoltà a sostenere.
Naturalmente ci si può sentire quasi colpevoli per non poter fare qualcosa di più per quei giovani assassinati mentre invocavano libertà, però sia pure attraverso un processo più complesso credo che si possa arrivare a concordare con quello che uno statista saggio e consapevole come Friedrich Merz prevede: i giorni del regime del terrore iraniano sono contati.
E, peraltro, se questo risultato non sarà raggiunto attraverso trattative e diplomazia che man mano svuotano il regime, è probabile -come spiegano gli osservatori più attenti- che i milioni di azeri e di curdi che vivono nelle terre dell’antica Persia, dentro le quali sono stati raggruppati nel primo Novecento dai disegni dell’allora imperiale Gran Bretagna, non staranno immobili di fronte ai loro fratelli sterminati da milizie jihadiste straniere, e quasi sicuramente promuoveranno la disgregazione dell’Iran moderno.
Il regime degli ayatollah ha i giorni contati?

