C’è un uomo che parla con il volto nascosto, la voce filtrata e un nome che non è il suo, ma il racconto che consegna alla televisione israeliana ha una consistenza rara, perché incrocia biografia personale, dissenso politico e guerra segreta, mostrando come il conflitto tra Israele e Iran non si giochi solo nei cieli o nei comunicati ufficiali, bensì anche nelle strade di Teheran, negli appartamenti anonimi e nelle scelte individuali che maturano nel tempo. L’agente, indicato con lo pseudonimo di Arash, è iraniano, ha poco più di quarant’anni e racconta di aver guidato una delle squadre che, all’alba del 13 giugno 2025, hanno colpito dall’interno sistemi di difesa aerea e piattaforme missilistiche del regime, aprendo la strada ai raid israeliani contro il programma nucleare.
La sua storia comincia molto prima, quando l’adesione forzata all’ideologia del regime entra nelle aule scolastiche e nelle case, e quando la violenza si manifesta senza mediazioni, come accadde alla sorella maggiore arrestata e picchiata per non aver indossato il velo. È un episodio che segna una frattura irreversibile e che spinge la famiglia a lasciare l’Iran, mentre in lui resta una determinazione che negli anni prende la forma di un’idea semplice e quasi ingenua, quella di cercare il Mossad su internet e scrivere un messaggio senza sapere se qualcuno risponderà. La risposta arriva, e con essa l’inizio di un addestramento che lo porta a lavorare per l’intelligence israeliana dal 2015, passando anche da Israele e imparando elementi di ebraico, in un percorso che resta volutamente opaco nei dettagli ma chiaro nella direzione.
Quando viene rimandato in Iran, poco prima dell’attacco, Arash è alla guida di una squadra incaricata di trasportare un lanciatore e un missile fino a un punto preciso, seguendo coordinate fornite da lontano. Il momento più teso lo descrive fermo a un semaforo, con un’auto della polizia che si affianca, mentre l’idea dell’errore possibile coincide con quella della fine, salvo poi sciogliersi quando la pattuglia riparte. L’attesa, racconta, dura ore, nel buio, finché arriva l’ordine di lanciare, e la telecamera montata sul missile mostra per pochi istanti il bersaglio, un vettore balistico pronto a essere utilizzato contro Israele. Dopo l’impatto, il messaggio ai referenti è asciutto, quasi banale, e la risposta conferma che l’obiettivo è stato raggiunto.
Quel colpo, insieme ad altri condotti da squadre analoghe, limita la capacità iraniana di reagire immediatamente e accompagna l’avvio di una guerra breve ma intensa, fatta di attacchi incrociati e di una soglia che viene spostata senza essere formalmente superata. Resta però un punto irrisolto, l’impianto di arricchimento di Fordo, sepolto sotto la montagna e a lungo considerato inattaccabile senza un’operazione interna di enorme complessità. Negli anni, il Mossad aveva elaborato un piano che ex direttori dell’agenzia hanno definito potenzialmente il più ambizioso mai concepito, ma il peso delle risorse necessarie, i rischi per gli agenti e il mutare del contesto politico internazionale lo hanno più volte congelato, fino allo stop definitivo imposto dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha assorbito l’attenzione militare israeliana su Gaza.
Alla fine, Fordo viene colpito solo quando gli Stati Uniti decidono di intervenire direttamente, il 22 giugno 2025, chiudendo di fatto il conflitto e aprendo la strada al cessate il fuoco. Nel racconto di Arash, che dice di aver visto persone sorridere a Teheran il giorno dopo gli attacchi, c’è l’idea che il regime non coincida con la società iraniana e che la guerra segreta abbia anche una dimensione simbolica, fatta di crepe e di segnali. È un racconto che non assolve nessuno e non promette soluzioni, ma che mostra come, dietro le grandi strategie, agiscano individui mossi da ferite personali e da scelte radicali, in un terreno dove il confine tra intelligence, politica e dissenso resta sottile e pericoloso.
Il racconto dell’agente che ha aperto la strada ai raid israeliani

