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Il Punto. Turchia tra potenza regionale e isolamento

Ankara gioca su più tavoli, ma il margine di manovra si assottiglia mentre economia, repressione interna e ambiguità geopolitiche presentano il conto

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
!!!!NO BYLINE!!!! DO NOT put name of photographer on any pic credits!!!!!! /////// Citizens have been gathering in Saraçhane for the past a few days to support Istanbul Mayor Ekrem Imamoglu, who was taken into custody on March 19 and is now in jail following a court ruling. Police intervened during the rally and used paper sprays and tear gas.

La Turchia di oggi è un paese che continua a muoversi, spesso con grande disinvoltura, lungo una linea di confine sempre più stretta tra ambizione imperiale e fragilità strutturale, tra il desiderio di essere riconosciuta come potenza regionale autonoma e la realtà di un sistema politico ed economico che mostra segni evidenti di affaticamento. Al centro di questo equilibrio instabile c’è ancora una volta Recep Tayyip Erdoğan, al potere da oltre vent’anni e ormai figura dominante non solo della scena politica, ma dell’intero immaginario nazionale, capace di ridefinire istituzioni, linguaggio pubblico e priorità strategiche del paese secondo una visione fortemente personalizzata del potere.

Sul piano interno, la Turchia vive una fase di controllo autoritario che non si presenta più come emergenza temporanea, bensì come condizione ordinaria. Dopo le elezioni che hanno confermato Erdoğan alla presidenza, il sistema appare ulteriormente irrigidito, con un’opposizione frammentata, media largamente addomesticati e un apparato giudiziario che fatica a mantenere anche solo una parvenza di autonomia. A fare da sfondo, un’economia sotto pressione, segnata da un’inflazione persistente, da una lira debole e da una crescente dipendenza da capitali esterni, soprattutto provenienti dal Golfo, che offrono ossigeno finanziario ma rafforzano legami politici asimmetrici e poco trasparenti.

È però sul terreno della politica estera che la Turchia mostra con maggiore evidenza la propria ambivalenza. Membro storico della NATO, Ankara continua a beneficiare delle garanzie di sicurezza occidentali, pur adottando spesso atteggiamenti che ne mettono alla prova la coesione. Il rapporto con gli Stati Uniti e con l’Unione europea resta improntato a una diffidenza reciproca che si traduce in negoziati interminabili, ricatti incrociati e una cooperazione ridotta allo stretto necessario, soprattutto su dossier come la gestione dei flussi migratori e la sicurezza nel Mar Nero. La Turchia non rompe con l’Occidente, ma neppure si allinea davvero, preferendo un gioco tattico che le consente di massimizzare il proprio spazio di manovra nel breve periodo, a costo però di una crescente incertezza strategica.

Questa ambiguità emerge con forza anche nei rapporti con Israele, che negli ultimi mesi hanno conosciuto un nuovo e brusco deterioramento. Dopo una fase di riavvicinamento pragmatico, utile soprattutto sul piano economico ed energetico, Ankara ha scelto di tornare a una linea duramente critica, utilizzando toni che parlano più alla propria base interna e al mondo islamico che a una reale strategia diplomatica. Le invettive contro Israele, l’ospitalità concessa a esponenti di Hamas e la retorica sempre più radicale sul conflitto mediorientale hanno raffreddato nuovamente i rapporti, segnando una distanza non solo politica ma simbolica, che colloca la Turchia in una posizione sempre più defilata rispetto al fronte occidentale.

Parallelamente, Ankara coltiva relazioni strette e spesso opache con attori come la Russia, l’Iran e diversi paesi del Golfo, nel tentativo di presentarsi come snodo indispensabile tra mondi contrapposti. Il dialogo con Mosca, nonostante la guerra in Ucraina, resta intenso e pragmatico, soprattutto sul piano energetico e commerciale, mentre i canali con Teheran si mantengono aperti per ragioni di sicurezza regionale, in particolare sul dossier curdo. Tuttavia, questa strategia di equidistanza controllata comporta costi crescenti, perché espone la Turchia a pressioni contraddittorie e riduce la fiducia dei partner tradizionali, senza garantire una reale alternativa stabile.

La Turchia si trova così in una fase di transizione permanente, in cui la centralizzazione del potere e la retorica della sovranità nazionale mascherano una crescente vulnerabilità economica e diplomatica. Erdoğan continua a muoversi come un abile equilibrista, capace di sfruttare le crepe dell’ordine internazionale per ritagliarsi un ruolo da protagonista, ma il terreno sotto i piedi appare sempre meno solido. La domanda che accompagna Ankara, oggi più che mai, non è se voglia essere parte dell’Occidente o altro da sé, bensì se riuscirà ancora a sostenere a lungo il peso di questa ambiguità senza pagare un prezzo politico ed economico sempre più alto.


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