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Il Punto. Sudan, uno Stato in dissoluzione sotto gli occhi del mondo

Esercito e milizie si contendono il potere mentre il paese affonda nel caos.

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Il Punto. Sudan, uno Stato in dissoluzione sotto gli occhi del mondo

Il Sudan è oggi uno dei casi più drammatici di collasso statale contemporaneo, eppure resta ai margini dell’attenzione internazionale, schiacciato tra guerre più visibili e crisi considerate strategicamente più spendibili. Dal 2023 il paese è precipitato in un conflitto aperto che non è una guerra civile nel senso classico, ma uno scontro armato tra due apparati di potere nati entrambi dal cuore dello Stato e cresciuti all’ombra dello stesso regime.

A combattersi sono l’esercito regolare, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan, e le Rapid Support Forces di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, una milizia trasformata negli anni in una forza paramilitare autonoma, ricca, radicata e capace di agire come un attore politico indipendente. Entrambi provengono dall’eredità del regime di Omar al-Bashir, entrambi hanno contribuito a soffocare la fragile transizione civile dopo il 2019, entrambi rivendicano oggi la legittimità di guidare il paese. Il risultato è uno scontro senza progetto, senza orizzonte istituzionale e senza alcuna reale preoccupazione per la tenuta del Sudan come entità politica.

Khartoum è in larga parte devastata, le infrastrutture sono collassate, milioni di persone sono sfollate all’interno del paese o fuggite oltre confine, mentre la carestia avanza in intere regioni. Non esiste un governo operativo nel senso pieno del termine. Esistono comandi militari, economie di guerra, reti tribali e interessi esterni che alimentano il conflitto con armi, denaro e coperture diplomatiche più o meno esplicite.

Il Sudan è diventato un terreno di competizione regionale. L’Egitto guarda con preoccupazione a qualsiasi scenario che indebolisca un esercito regolare amico lungo il Nilo. Gli Emirati Arabi Uniti sono accusati da più fonti di sostenere Hemedti, attratti dal controllo delle miniere d’oro e da una proiezione di influenza sul Mar Rosso. La Russia, attraverso reti legate al vecchio sistema Wagner, ha coltivato rapporti con entrambi gli schieramenti, interessata a sbocchi strategici e risorse. L’Iran, dopo anni di distanza, sta ricostruendo canali con l’apparato militare sudanese, soprattutto in funzione anti-occidentale.

In questo quadro, il rapporto con Israele resta sospeso e ambiguo. Il Sudan aveva avviato un processo di normalizzazione nel contesto degli Accordi di Abramo, rompendo un tabù storico che risaliva al famoso vertice della Lega Araba del 1967. Quel percorso non è formalmente cancellato, ma è congelato nei fatti. Non esiste oggi un’autorità politica sudanese in grado di portare avanti una scelta strategica di questo tipo, né sul piano diplomatico né su quello interno. Israele osserva, consapevole che qualsiasi interlocuzione stabile richiede uno Stato funzionante, non solo un generale disposto a firmare un’intesa.

Il punto vero è che il Sudan non è semplicemente in crisi. È un paese in via di disintegrazione, dove la logica delle armi ha definitivamente soppiantato quella delle istituzioni e dove la popolazione civile è ridotta a variabile residuale. Finché la comunità internazionale continuerà a trattare il Sudan come un problema umanitario e non come un nodo politico centrale per l’equilibrio del Corno d’Africa e del Mar Rosso, la guerra potrà solo prolungarsi. E con essa l’idea, sempre più concreta, che il Sudan come lo abbiamo conosciuto possa non esistere più.


Sudan, uno Stato in dissoluzione sotto gli occhi del mondo
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