La Siria di fine 2025 non è un Paese pacificato. È, semmai, un territorio sospeso, dove la fine del regime di Bashar al-Assad ha chiuso una fase storica senza aprirne davvero una nuova. Dopo oltre tredici anni di guerra, la caduta del potere centrale ha prodotto un vuoto che nessuno, finora, è riuscito a colmare del tutto. Al suo posto si è affermato un mosaico di autorità concorrenti, milizie armate, tensioni comunitarie e interessi esterni che rendono il quadro estremamente fragile.
Formalmente, a Damasco governa un presidente di transizione, Ahmad al-Sharaa, figura emersa dal fronte jihadista anti-Assad e oggi impegnato in una difficile operazione di normalizzazione politica. Il suo potere, però, è diseguale. In alcune aree del Paese il controllo del governo è reale ma in altre è puramente nominale. La Siria resta divisa in zone d’influenza che rispondono a logiche diverse e spesso incompatibili.
Nel nord-est continuano a dominare le forze curde delle Forze Siriane Democratiche, sostenute dagli Stati Uniti e concentrate soprattutto sulla sicurezza e sul contenimento dei gruppi jihadisti. A nord, lungo il confine turco, persistono enclave sotto influenza di Ankara e di milizie arabe a essa legate. Nel centro e nell’est del Paese operano cellule dello Stato islamico e gruppi salafiti che sfruttano il disordine per colpire obiettivi civili e militari, alimentando una spirale di insicurezza permanente.
La dimensione comunitaria resta uno dei nodi più delicati. Le recenti proteste nelle regioni costiere a maggioranza alawita, represse con difficoltà dalle nuove forze di sicurezza, mostrano quanto sia profonda la frattura lasciata dal collasso del vecchio regime. Per molti alawiti, la fine di Assad non ha significato liberazione, ma perdita di protezione e timore di ritorsioni. Nel sud, la comunità drusa mantiene un atteggiamento ambivalente, oscillando tra richieste di autonomia e diffidenza verso il potere centrale.
Sul piano regionale, la Siria rimane un terreno di competizione strategica. L’Iran non ha rinunciato a considerarla una pedina chiave del proprio asse di influenza e continua a muoversi attraverso reti armate e canali informali. Hezbollah osserva con attenzione gli sviluppi, pronto a rientrare in aree strategiche se le condizioni lo permetteranno. La Russia, indebolita ma ancora presente, tenta di preservare basi e interessi militari, adattandosi al nuovo contesto.
Per Israele, tutto questo rappresenta una minaccia diretta. L’instabilità siriana non è una questione teorica, ma un rischio concreto lungo il fronte settentrionale. La possibilità che milizie filo-iraniane o cellule jihadiste si riorganizzino vicino ai confini impone a Gerusalemme un livello di allerta costante. L’assenza di un’autorità siriana solida rende inoltre qualsiasi intesa di sicurezza fragile e potenzialmente illusoria.
A completare il quadro c’è una crisi umanitaria che non accenna a diminuire. Masse di sfollati interni, un’economia devastata, servizi essenziali al collasso e una popolazione stremata rendono difficile immaginare una stabilizzazione rapida. Senza un vero processo politico inclusivo e senza un controllo effettivo del territorio, la Siria resta un Paese formalmente unito, ma sostanzialmente frammentato.
La guerra, nel senso classico del termine, può anche dirsi conclusa. Ma la Siria di oggi è ancora un laboratorio instabile di conflitti irrisolti, ed è proprio questa incertezza a renderla, per Israele e per l’intera regione, uno dei dossier di sicurezza più sensibili del Medio Oriente.
Il punto. Siria, l’anno zero di un Paese senza padrone
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