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Il Punto. Oman, l’equilibrio come destino

Il sultanato che media, tace e resiste tra Iran, Golfo e Israele.

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Il Punto. Oman, l’equilibrio come destino

Si sente spesso dire che l’Oman è il Paese che non alza mai la voce, ma che tutti ascoltano. Non perché sia potente, né perché detti l’agenda regionale, ma perché da decenni ha scelto una linea rarissima in Medio Oriente e cioè, sopravvivere senza schierarsi apertamente, mantenere canali con tutti e trasformare la discrezione in politica estera.

Oggi il sultanato guidato da Haitham bin Tariq eredita una tradizione costruita dal lungo regno di Qaboos che implica una neutralità attiva, una mediazione silenziosa e il rifiuto dell’escalation. In una regione polarizzata quanto mai, l’Oman resta un punto di contatto. È stato intermediario tra Stati Uniti e Iran, ha ospitato colloqui riservati, ha parlato con attori che altri Paesi del Golfo hanno scelto di demonizzare e questo non certo per idealismo, quanto per necessità.

Sul piano interno, l’Oman non è immune alle difficoltà che attraversano il mondo arabo. La sua economia resta fragile e molto meno opulenta rispetto a quella dei vicini del Golfo. Le riserve petrolifere sono limitate, la diversificazione procede lentamente e la disoccupazione giovanile è un problema che rischia di esplodere e fare danni. Il nuovo sultano ha, da parte sua, avviato riforme fiscali impopolari, introducendo tasse e tagli ai sussidi: una scelta obbligata, ma pur sempre rischiosa in un Paese abituato a un patto sociale basato sulla protezione statale.
La stabilità politica, tuttavia, regge. Non è che manchino le tensioni, ma il sistema omanita è meno ideologico e meno repressivo rispetto ad altri contesti della regione. Il potere è concentrato, certo, ma esercitato con una prudenza che evita rotture traumatiche. Si tratta di un equilibrio sottile, che funziona finché l’economia non costringe a scelte più dure.

Sul piano strategico, l’Oman occupa una posizione cruciale perché controlla una parte dello Stretto di Hormuz, passaggio vitale per il traffico energetico mondiale. Il che lo rende inevitabilmente centrale e, insieme, vulnerabile. Da qui la necessità di mantenere rapporti funzionanti con Teheran, senza però rompere con Washington o con i partner del Golfo, esercitandosi in una danza diplomatica costante, fatta di gesti poco appariscenti e di messaggi indiretti.

E Israele? La relazione con lo Stato ebraico è emblematica dello stile omanita. Nessun rapporto diplomatico formale, ma contatti discreti e mai rinnegati. Mascate non ha firmato gli Accordi di Abramo, ma non si è accodato a quelli che demonizzano lo Stato ebraico. Ha ospitato leader israeliani in visite non pubblicizzate e ha mantenuto aperti canali di comunicazione anche nei momenti più tesi. Per l’Oman, Israele è un interlocutore e non un simbolo da agitare.

Questa posizione irrita i radicali e non entusiasma i normalizzatori ma riflette una visione piuttosto coerente: l’Oman non vuole rappresentare l’avanguardia ma nemmeno essere considerato la retroguardia. Quel che vuole essere è fare da zona cuscinetto in un Medio Oriente che corre verso blocchi contrapposti. L’Oman resta fermo come scelta strategica. Il problema è che il tempo, prima o poi, chiede di pagare il conto anche a chi ha sempre mediato.


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