L’Austria attraversa una fase politica delicata, sospesa fra la tradizione della neutralità e la pressione di un contesto internazionale che non consente comode equidistanze. Dopo le ultime elezioni legislative, il sistema dei partiti è tornato a mostrare le sue fratture profonde, con una destra nazional-conservatrice che intercetta il malessere di una parte consistente dell’elettorato e con i popolari e i socialdemocratici impegnati a difendere un equilibrio che appare ogni anno più fragile. Il tema dell’immigrazione, alimentato dai flussi lungo la rotta balcanica, continua a incidere sul dibattito pubblico, mentre l’economia, pur solida rispetto alla media europea, risente del rallentamento tedesco e dei costi energetici che hanno messo sotto pressione l’industria manifatturiera.
Vienna resta uno snodo diplomatico di primo piano, sede di organizzazioni internazionali e luogo simbolico del dialogo fra Est e Ovest, tuttavia la guerra in Ucraina ha costretto il Paese a ridefinire la propria idea di neutralità, che però non vuol dire indifferenza. L’Austria non è membro della NATO e difficilmente lo diventerà nel breve periodo, ma partecipa alle missioni europee e sostiene le sanzioni contro Mosca, pur mantenendo canali economici che in passato l’avevano resa uno degli interlocutori occidentali più attenti alla Russia. La dipendenza dal gas russo, progressivamente ridotta, è stata un banco di prova che ha imposto scelte rapide e talvolta impopolari.
Nel quadro europeo, il governo austriaco si colloca in una linea di collaborazione stretta con Berlino e con i partner dell’Europa centrale, senza però rinunciare a difendere interessi nazionali su dossier sensibili come l’asilo e la gestione delle frontiere. Il rapporto con l’Unione europea è pragmatico, meno ideologico rispetto ad altri Paesi della regione, anche se l’opinione pubblica rimane attraversata da correnti euroscettiche che trovano voce soprattutto nei partiti più radicali.
Quanto a Israele, l’Austria ha compiuto negli ultimi anni un percorso significativo. La memoria del passato nazista, che per decenni era stata vissuta in modo ambiguo, è diventata oggetto di un’assunzione di responsabilità più esplicita, e questo ha inciso anche sulle prese di posizione diplomatiche. Dopo il 7 ottobre 2023, Vienna ha espresso un sostegno netto al diritto di Israele a difendersi dal terrorismo di Hamas, pur invitando al rispetto del diritto internazionale umanitario nelle operazioni militari a Gaza. Non si tratta di un automatismo ideologico, bensì di una scelta che intreccia la lotta all’antisemitismo interno, ancora presente sotto traccia, con una visione della sicurezza che considera Israele un partner nel contrasto all’estremismo islamista.
Le relazioni bilaterali si sono intensificate sul piano economico e tecnologico, con scambi che riguardano innovazione, cybersecurity e cooperazione scientifica, mentre sul terreno politico l’Austria tende a muoversi in sintonia con la linea tedesca, evitando fughe in avanti ma anche prese di distanza clamorose. In sede ONU, Vienna mantiene un approccio equilibrato, sebbene negli ultimi anni abbia mostrato maggiore cautela rispetto a risoluzioni unilaterali percepite come sbilanciate contro Israele.
Resta il nodo interno, perché una parte della società austriaca guarda con diffidenza alle dinamiche del Medio Oriente e teme che il conflitto possa riaccendere tensioni nelle comunità immigrate. Il governo si muove dunque su un crinale sottile, consapevole che la stabilità interna passa anche attraverso una politica estera coerente e comprensibile. In questo senso, l’Austria di oggi appare meno incline alle ambiguità del passato e più determinata a definire con chiarezza i propri orientamenti, pur senza rinnegare quella neutralità che continua a rappresentare un tratto identitario forte e difficilmente negoziabile.
Il Punto. L’Austria tra neutralità e realismo

