L’Argentina attraversa uno dei passaggi più delicati della sua storia recente, sospesa tra una crisi economica cronica che dura da decenni e un tentativo di svolta politica che ha riportato il Paese al centro del dibattito internazionale. L’elezione di Javier Milei alla presidenza, nel novembre 2023, ha segnato una rottura netta con il passato: un economista libertario, estraneo alle tradizionali famiglie politiche peroniste e radicali, arrivato al potere promettendo una terapia d’urto per un’economia strangolata dall’inflazione, dal debito e da una lunga stagione di stagnazione.
L’inflazione annuale ha superato livelli che nei paesi sviluppati appartengono ai manuali di storia economica, mentre la moneta nazionale continua a perdere valore e una parte consistente della popolazione vive in condizioni di povertà o precarietà. Il governo ha scelto una linea di rigore drastica: tagli alla spesa pubblica, liberalizzazioni, riduzione dei sussidi e tentativi di stabilizzare la valuta. Il risultato è una società attraversata da tensioni e proteste, ma anche da una parte dell’opinione pubblica che considera inevitabile una cura dolorosa pur di uscire dal ciclo infinito di crisi e salvataggi.
In politica estera Buenos Aires sta ridefinendo la propria collocazione. Negli anni precedenti l’Argentina aveva mantenuto rapporti stretti con paesi come Cina e Russia, soprattutto sul piano economico e finanziario, mentre oggi il governo Milei cerca di riallineare il paese con il campo occidentale. Gli Stati Uniti sono tornati a essere un interlocutore centrale, sia per il peso del Fondo Monetario Internazionale sia per il ruolo che Washington continua a esercitare nel continente americano. Allo stesso tempo l’Argentina rimane parte del Mercosur, il blocco commerciale sudamericano che include Brasile, Uruguay e Paraguay, anche se le tensioni con il governo brasiliano di Lula da Silva hanno reso i rapporti meno fluidi rispetto al passato.
Il capitolo più interessante riguarda però il rapporto con Israele. L’Argentina ospita una delle comunità ebraiche più importanti al mondo al di fuori di Israele e degli Stati Uniti, una presenza storica che ha contribuito in modo decisivo alla vita culturale ed economica del paese. Proprio su questo terreno la storia argentina conserva ferite profonde. Gli attentati contro l’ambasciata israeliana a Buenos Aires nel 1992 e contro il centro comunitario ebraico AMIA nel 1994, attribuiti a Hezbollah con il sostegno dell’Iran, restano due dei più gravi attacchi terroristici mai avvenuti in America Latina e continuano a pesare sulle relazioni internazionali del paese.
Milei ha scelto di imprimere una svolta anche su questo fronte. Ha espresso un sostegno esplicito a Israele, ha annunciato l’intenzione di trasferire l’ambasciata argentina a Gerusalemme e ha intensificato i contatti politici con il governo israeliano. Questa posizione rappresenta un cambio significativo rispetto all’equilibrismo diplomatico di molti governi latinoamericani e colloca l’Argentina in un gruppo ristretto di paesi della regione che mantengono relazioni particolarmente strette con lo Stato ebraico.
Il futuro del paese dipenderà in gran parte dalla capacità del governo di stabilizzare l’economia senza far esplodere le tensioni sociali, ma anche dal modo in cui Buenos Aires riuscirà a ridefinire il proprio ruolo internazionale. In un continente dove le oscillazioni politiche sono frequenti e dove le grandi potenze cercano nuovi spazi di influenza, l’Argentina prova ancora una volta a reinventarsi. Se riuscirà a uscire dalla sua storica instabilità economica, potrebbe tornare a essere uno dei protagonisti politici e strategici dell’America Latina.
Il Punto. L’Argentina, il laboratorio di Milei