Per decenni la Svezia ha costruito la propria identità internazionale su un equilibrio che sembrava inattaccabile, fondato su neutralità militare, welfare generoso e una proiezione diplomatica attiva nei dossier dei diritti umani. Quel modello, che aveva attraversato indenne la Guerra fredda, si è incrinato sotto la pressione di eventi che hanno reso evidente come il contesto europeo non fosse più quello di un continente pacificato. L’invasione russa dell’Ucraina ha accelerato un processo già in atto e Stoccolma, insieme a Helsinki, ha compiuto il passo che per generazioni era stato considerato impensabile, chiedendo e ottenendo l’ingresso nella Nato nel 2024.
L’adesione all’Alleanza atlantica ha segnato una svolta storica e ha imposto una revisione della cultura strategica del Paese. Il governo guidato dai Moderati con l’appoggio esterno dei Democratici Svedesi ha aumentato le spese per la difesa, rafforzato la cooperazione con gli Stati Uniti e avviato un ripensamento della sicurezza nel Baltico, dove la Svezia, con l’isola di Gotland, occupa una posizione decisiva. Non si tratta soltanto di investimenti militari, ma di una ridefinizione del ruolo internazionale che implica responsabilità operative e politiche.
All’interno, il dibattito è attraversato da tensioni che vanno oltre la politica estera. Il Paese deve fare i conti con una crescita economica rallentata, con un mercato immobiliare che ha mostrato fragilità e con una questione sicurezza divenuta centrale dopo l’aumento della criminalità legata alle gang. La promessa di uno Stato sociale inclusivo è messa alla prova da quartieri periferici dove l’integrazione è fallita e dove si è radicata una marginalità che alimenta consenso verso forze politiche più dure sul fronte migratorio.
Sul piano europeo, Stoccolma resta un partner convinto dell’Unione, anche se difende con attenzione la propria autonomia in materia fiscale e industriale. La presidenza di turno del Consiglio dell’UE nel 2023 aveva già mostrato una linea pragmatica sui temi energetici e sul sostegno a Kiev, e l’ingresso nella Nato ha rafforzato l’asse con i Paesi baltici e con la Polonia, che condividono la percezione di una minaccia russa persistente.
Le relazioni con Israele si inseriscono in questo quadro in modo non secondario. I rapporti bilaterali sono stati storicamente segnati da fasi alterne. La Svezia fu nel 2014 il primo Paese dell’Europa occidentale a riconoscere lo Stato di Palestina, una scelta che aveva raffreddato i rapporti con Gerusalemme. Negli anni successivi, tuttavia, si è registrato un graduale riavvicinamento, favorito da interessi economici e tecnologici comuni, soprattutto nei settori dell’innovazione e della difesa.
Dopo il 7 ottobre 2023, il governo svedese ha condannato senza ambiguità l’attacco di Hamas e ha espresso solidarietà a Israele, pur insistendo sulla necessità di proteggere i civili a Gaza. Questa posizione ha generato un confronto acceso nel Paese, dove una parte dell’opinione pubblica e alcune forze politiche mantengono una sensibilità fortemente critica verso le scelte del governo israeliano. La comunità ebraica svedese, già esposta a episodi di antisemitismo negli ultimi anni, osserva con attenzione l’evoluzione del clima interno, mentre le autorità hanno rafforzato le misure di sicurezza attorno a sinagoghe e istituzioni culturali.
La Svezia non è più il laboratorio tranquillo che molti immaginavano. È un Paese che ha deciso di cambiare collocazione strategica, consapevole che la neutralità non garantiva più protezione, e che ora deve dimostrare di saper coniugare sicurezza e coesione sociale in un contesto internazionale segnato da conflitti aperti e rivalità crescenti. Il passaggio alla Nato non è soltanto una scelta militare, ma il simbolo di una trasformazione più profonda, nella quale si misura la capacità di Stoccolma di restare fedele ai propri valori senza rinunciare alla lucidità richiesta dai tempi.
Il Punto. La Svezia dopo l’innocenza