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Il Punto. La Danimarca tra realismo nordico e nuove tensioni globali

Copenaghen rafforza il legame con la NATO, difende l’ordine liberale e su Israele sceglie una linea europea senza strappi

Paolo Montesi

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Il Punto. La Danimarca tra realismo nordico e nuove tensioni globali

La Danimarca vive una stagione politica che combina stabilità istituzionale e ridefinizione delle priorità strategiche, in un contesto internazionale diventato più aspro di quanto il tradizionale equilibrio nordico fosse abituato a gestire. Il governo guidato da Mette Frederiksen ha progressivamente spostato l’asse del dibattito nazionale verso la sicurezza, l’energia e la difesa dei confini, senza rinunciare a un modello sociale che continua a rappresentare uno dei pilastri dell’identità danese. L’invasione russa dell’Ucraina ha inciso in profondità sulle scelte di Copenaghen, che ha abbandonato alcune riserve storiche in materia di cooperazione europea sulla difesa e ha rafforzato l’impegno all’interno della NATO, con un aumento consistente della spesa militare e con una presenza più visibile nel Baltico.

Il rapporto con Washington resta centrale, anche alla luce della collocazione geografica del Regno di Danimarca, che comprende la Groenlandia, territorio strategico per il controllo dell’Artico e per le rotte emergenti legate allo scioglimento dei ghiacci. In questo quadro, la politica estera danese si muove lungo una linea di pragmatismo, attenta agli equilibri con Berlino e Parigi ma consapevole che la sicurezza europea dipende in larga misura dalla solidità del legame transatlantico. Sul piano economico, il Paese continua a beneficiare di un tessuto industriale competitivo, trainato dalla farmaceutica, dalle energie rinnovabili e dal settore marittimo, mentre il dibattito interno si concentra sulle politiche migratorie, divenute negli ultimi anni più restrittive anche sotto governi di centro-sinistra.

Quanto al Medio Oriente, la Danimarca mantiene un atteggiamento in linea con quello dell’Unione europea, sostenendo il diritto di Israele a vivere in sicurezza e condannando con chiarezza gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre, ma ribadendo al tempo stesso la necessità di rispettare il diritto internazionale umanitario nelle operazioni a Gaza. Copenaghen non ha adottato prese di distanza clamorose né ha scelto di collocarsi fra i Paesi più critici verso Gerusalemme, preferendo lavorare all’interno del quadro comunitario per favorire una soluzione a due Stati, che continua a rappresentare la posizione ufficiale del governo danese.

Le relazioni bilaterali con Israele si sviluppano soprattutto sul piano economico e scientifico, con collaborazioni nei campi dell’innovazione, della tecnologia medica e della transizione energetica. Allo stesso tempo, la società danese non è immune dalle tensioni che attraversano l’Europa occidentale, dove le manifestazioni pro-palestinesi hanno animato le piazze universitarie e dove il tema dell’antisemitismo è tornato al centro del confronto pubblico. Il governo ha rafforzato le misure di sicurezza attorno ai siti ebraici e ha ribadito che la critica politica non può trasformarsi in intimidazione o odio.

Nel contesto scandinavo, la Danimarca si distingue per una maggiore prontezza nel ridefinire le proprie priorità strategiche rispetto alla tradizione di neutralità che caratterizza altri Paesi nordici. La scelta di partecipare pienamente alle politiche europee di difesa, approvata tramite referendum, segna una cesura con il passato e indica una consapevolezza nuova dei rischi che gravano sul continente. Questa evoluzione non ha cancellato l’approccio dialogante che contraddistingue la diplomazia danese, ma ne ha modificato l’orizzonte, rendendolo meno astratto e più ancorato alle esigenze concrete di sicurezza.

La Danimarca di oggi appare dunque come un Paese che, pur restando fedele alla propria tradizione sociale e istituzionale, accetta di misurarsi con un mondo meno prevedibile. Le sue scelte in politica estera, compreso il rapporto con Israele, riflettono questa tensione tra principi e realismo, in un equilibrio che non cerca visibilità mediatica ma punta a consolidare interessi e alleanze in un’epoca in cui anche i piccoli Stati sanno di non potersi permettere ambiguità.


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