Il Kuwait oggi è un Paese che sembra immobile solo a chi lo guarda distrattamente. In realtà è in equilibrio costante, e precario, su una faglia che attraversa tutto il Golfo. In sintesi si potrebbe parlare di sicurezza contro riforme, rendita contro futuro e abile prudenza diplomatica contro pressioni regionali sempre più aggressive.
Dopo anni di paralisi istituzionale, il Kuwait continua a pagare un prezzo alto alla sua struttura politica ibrida. Stiamo parlando di una monarchia ereditaria, ma con un Parlamento eletto che ha spesso bloccato l’azione di governo. Negli ultimi anni scioglimenti dell’Assemblea, dimissioni dei governi e scontri tra esecutivo e deputati hanno rallentato delle riforme cruciali, soprattutto sul fronte economico. Il paradosso è che uno dei Paesi più ricchi al mondo per riserve finanziarie fatica a trasformare la rendita petrolifera in sviluppo strutturale.
Il petrolio resta il pilastro quasi esclusivo dell’economia con entrate solide e il fondo sovrano tra i più grandi al mondo. La dipendenza dall’oro nero è però totale. Parole d’ordine come diversificazione, attrazione di capitali esteri e riforma del mercato del lavoro sono appunto più slogan che strategie politiche vere e proprie. La popolazione è giovane, ma il settore pubblico non può assorbire all’infinito nuovi impieghi. Pur non immediato il rischio reale del Kuwait è di restare congelato in una ricchezza inerte.
Sul piano della sicurezza, il Kuwait vive all’ombra di due traumi mai davvero superati, o ‘elaborati’, come direbbero gli psicoanalisti. Il primo è l’invasione irachena del 1990, che ha inciso a fondo nella memoria dei suoi cittadini e nella dottrina strategica del Paese. Il secondo è la pressione crescente dell’Iran e delle sue reti – diciamo pure, trappole – regionali. Non sarà certo un caso che il Kuwait ospiti una presenza militare statunitense significativa e mantenga una cooperazione stretta con Washington. È una garanzia vitale, ma anche una fonte di tensione in un’area sempre più polarizzata.
Ed è qui che entra in gioco la posizione verso Israele. Il Kuwait è uno dei Paesi arabi più rigidamente ostili allo Stato ebraico. Nessun rapporto diplomatico, nessuna apertura ufficiale, nessuna ambiguità come quelle viste negli Accordi di Abramo. La linea kuwaitiana rifiuta nettamente qualsivoglia normalizzazione senza una soluzione definitiva della questione palestinese. Questa presa di posizione risponde a un consenso interno forte, alimentato da un’opinione pubblica filo-palestinese e da un Parlamento spesso più radicale del governo.
A differenza di Emirati e Bahrein, il Kuwait non gioca la carta israeliana come leva strategica contro Teheran preferendo invece una diplomazia cauta, quasi silenziosa, che tenta di non provocare né l’Iran né i suoi alleati. Si tratta di una scelta difensiva, figlia della geografia e della storia. Ma è anche una scelta che isola il Paese dai nuovi assetti regionali e lo colloca in una posizione sempre più laterale.
Il Kuwait resta dunque un attore secondario solo in apparenza ma in realtà è un termometro che misura la difficoltà di molti Stati arabi nel passare dalla stabilità garantita dal petrolio a una stabilità costruita su istituzioni efficienti e scelte strategiche chiare. Per ora resiste, ma è difficile considerare il resistere una strategia.
Il Punto. Kuwait, stabilità armata e silenzi calcolati
Il Punto. Kuwait, stabilità armata e silenzi calcolati

