L’Islanda ha sempre coltivato un’immagine di frontiera, sospesa tra ghiaccio e fuoco, ma negli ultimi anni il Paese ha assunto un ruolo che supera di gran lunga la sua dimensione demografica. Poco meno di quattrocentomila abitanti, un’economia che ha conosciuto il trauma del collasso finanziario del 2008 e che da allora si è ricostruita puntando su turismo, innovazione e soprattutto energia rinnovabile, oggi la Repubblica islandese si presenta come uno dei casi più avanzati di transizione ecologica in Europa. Oltre l’80 per cento del fabbisogno energetico deriva da fonti rinnovabili, in larga parte geotermia e idroelettrico, e questo consente al governo di Reykjavik di rivendicare una leadership morale nei consessi internazionali dedicati al clima.
Sul piano politico, il sistema islandese resta ancorato a una tradizione parlamentare solida, con coalizioni spesso composite che riflettono una società pragmatica e poco incline agli estremismi. Dopo la stagione delle proteste che seguì la crisi bancaria, la classe dirigente ha investito sulla trasparenza istituzionale e sulla regolazione finanziaria, consapevole che la credibilità internazionale passa anche dalla stabilità interna. Il dibattito pubblico, vivace e talvolta aspro, ruota oggi attorno alla gestione dell’immigrazione, all’impatto del turismo di massa sugli equilibri ambientali e alla necessità di diversificare un’economia ancora vulnerabile agli shock esterni.
L’Islanda non fa parte dell’Unione Europea, pur essendo membro dello spazio economico europeo e della NATO, e questa collocazione ibrida le consente una certa libertà di manovra. Il rapporto con Bruxelles resta pragmatico, mentre la cooperazione con gli Stati Uniti continua a essere un pilastro della sicurezza nazionale, soprattutto in un’area artica tornata centrale nelle strategie di Washington e di Mosca. Il Consiglio Artico, di cui Reykjavik è membro attivo, rappresenta uno dei tavoli su cui si gioca una partita delicata tra sfruttamento delle risorse e tutela ambientale.
Sul Medio Oriente, l’Islanda ha assunto negli ultimi anni posizioni che hanno suscitato attenzione. Nel 2011 il Parlamento islandese ha votato il riconoscimento dello Stato palestinese, scelta che ha segnato una distanza rispetto a molti partner occidentali. Le relazioni con Israele, pur presenti sul piano commerciale e culturale, attraversano fasi di tensione legate alle prese di posizione del governo islandese nei confronti delle operazioni militari a Gaza e in Cisgiordania. Reykjavik insiste a sostenere di volersi collocare su una linea che richiama il diritto internazionale e la tutela dei civili, in sintonia con una parte significativa dell’opinione pubblica nordica. Allo stesso tempo, l’esecutivo evita rotture formali, consapevole che il margine di influenza di un piccolo Stato si esercita soprattutto attraverso la coerenza diplomatica e la partecipazione attiva alle organizzazioni multilaterali.
L’economia mostra segnali di consolidamento, sostenuta da un settore tecnologico in crescita e da investimenti nella cattura del carbonio che attirano capitali stranieri. Aziende come Climeworks hanno scelto l’Islanda per sviluppare impianti di stoccaggio della CO₂ nel basalto, trasformando il territorio in un laboratorio a cielo aperto per soluzioni climatiche avanzate. Il turismo, dopo la brusca frenata pandemica, è tornato a crescere, ma le autorità discutono limiti e regolazioni per proteggere ecosistemi fragili che costituiscono la vera ricchezza nazionale.
Reykjavik si muove dunque tra ambizione ecologica e cautela geopolitica, forte di una reputazione costruita su trasparenza e innovazione. In un’Europa attraversata da tensioni e da un ritorno delle rivalità strategiche, l’Islanda sceglie di investire sulla propria specificità artica e su una diplomazia che punta più alla coerenza che al protagonismo. La sua voce tenta di essere misurata, ma ascoltata, perché dimostra che anche un Paese periferico può incidere nel dibattito globale quando sa trasformare i propri limiti in risorse.
Il Punto. Islanda, laboratorio artico tra energia e diplomazia