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Il Punto. Iraq, il Paese che non riesce a uscire dal dopo

Tra milizie, Iran e Stato fragile, Baghdad resta prigioniera della propria transizione.

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Il Punto. Iraq, il Paese che non riesce a uscire dal dopo

L’Iraq vive da anni in una condizione che potremmo definire di perenne dopoguerra. Dopo Saddam, dopo l’occupazione americana, dopo lo Stato islamico. Ma il “dopo”, in Iraq, non si è mai trasformato davvero in un “durante”: uno Stato funzionante, sovrano e capace di decidere per sé. Quello che resta è un Paese formalmente unito, ma strutturalmente fratturato, dove il potere si distribuisce tra istituzioni deboli, milizie armate e influenze esterne che non hanno alcuna intenzione di farsi da parte.

A Baghdad governa un esecutivo che esiste più per equilibrio che per forza effettiva e il primo ministro – Mohammed Shia’ al-Sudani – tiene insieme una maggioranza composita, nata da compromessi tra blocchi sciiti, curdi e sunniti, ma con un margine d’azione che dire ristretto è dire poco. Le decisioni strategiche passano altrove, o devono comunque fare i conti con attori che non rispondono allo Stato. L’Iraq ha un governo che però, per quanto strano possa apparire, non ha il monopolio della forza. E senza quello, va da sé che la sovranità resta incompleta.

Il nodo centrale resta il sistema delle milizie sciite, formalmente integrate nelle Forze di Mobilitazione Popolare, ma in realtà autonome, politicamente organizzate e in larga parte allineate all’Iran. Questi gruppi non sono solo un problema di sicurezza ma un vasto potere politico ed economico, con reti clientelari, controllo del territorio e inquietanti capacità di veto. Per Teheran rappresentano una leva che costa poco ma è molto efficace mentre per Baghdad rappresentano un vincolo permanente. Nessun governo iracheno può ignorarle eppure nessuno riesce davvero a dominarle, o quanto meno a controllarle.

Il risultato è un Paese che vive in equilibrio instabile. Quando la tensione regionale sale, l’Iraq diventa immediatamente un campo di risonanza. Attacchi contro basi occidentali, pressioni sugli interessi americani, minacce indirette a Israele. Bene, tutto ciò passa, in un modo o nell’altro, dal territorio iracheno. E questo non perché Baghdad lo decida, ma perché anche se volesse non potrebbe impedirlo. È, quella dell’Iraq, la condizione tipica di uno Stato-corridoio, attraversato da conflitti che nascono altrove ma trovano lì uno spazio operativo.

Sul piano interno, il malcontento sociale non si è mai sopito. Problemi gravi, a volte gravissimi come disoccupazione, servizi che non funzionano, una corruzione endemica e delle infrastrutture fragili alimentano la frustrazione soprattutto fra le generazioni più giovani. Le proteste cicliche vengono assorbite, represse o cooptate, senza però essere mai risolte. Il paradosso iracheno è evidente a chiunque ne studi la fotografia. Si tratta di un Paese ricchissimo di risorse energetiche che però è del tutto incapace di trasformarle in benessere stabile per la popolazione. Il petrolio garantisce entrate allo Stato epperò non produce fiducia nella popolazione, non da sicurezza, e men che mai benessere.

Se si parla di Kurdistan iracheno allora dobbiamo aprire un capitolo a parte. Dal punto di vista formale fa parte dello Stato, di fatto è semi-autonomo e sta passando attraverso una fase di ridimensionamento politico ed economico, stretto tra divisioni interne e pressioni di Baghdad. Anche qui, l’equilibrio tiene, ma senza slancio. Nessuno vuole rompere ma nessuno sembra disposto a rilanciare.

Per gli Stati Uniti, l’Iraq è diventato un dossier di contenimento più che di costruzione. La presenza militare è ridotta a poca roba con l’obiettivo di evitare il collasso e limitare l’espansione iraniana, ma non certo di rifondare lo Stato. Per l’Iran, invece, l’Iraq resta una profondità strategica fondamentale: un Paese da non far saltare in aria, ma nemmeno da rendere pienamente autonomo.

Per Israele, l’Iraq è una minaccia indiretta eppure molto concreta. Non tanto per decisioni di Baghdad, quanto per l’uso del territorio iracheno come piattaforma logistica da parte dell’asse anti-israeliano. Anche qui, il problema non è l’intenzione dello Stato, ma la sua cronica debolezza.
Non si può dire che l’Iraq di oggi sia sull’orlo del collasso, ma nemmeno che abbia intrapreso la strada di una qualche stabilizzazione. È di fatto bloccato in una transizione infinita, dove ogni passo avanti è compensato da un vincolo strutturale. Finché le armi resteranno distribuite, finché l’influenza esterna continuerà a pesare più della politica interna, Baghdad resterà capitale di un Paese che esiste, resiste, ma non riesce ancora a decidere davvero il proprio destino.


Iraq, il Paese che non riesce a uscire dal dopo
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