Gibuti è uno di quei luoghi che, a guardarli sulla carta geografica, sembrano marginali e che invece tengono insieme pezzi decisivi dell’ordine globale. Poco più di novecentomila abitanti, una superficie ridotta, nessuna risorsa naturale rilevante, eppure una centralità che deriva dalla sua collocazione sullo stretto di Bab el-Mandeb, il passaggio obbligato tra Mar Rosso e Oceano Indiano da cui transita una quota consistente del commercio mondiale e gran parte del traffico energetico diretto verso l’Europa. In un’epoca in cui le rotte marittime tornano a essere fragili e contese, Gibuti è diventata un nodo logistico, militare e diplomatico di primissimo piano.
Formalmente si tratta di una repubblica presidenziale, ma la realtà del potere è più semplice e più rigida. Il Paese è governato dal 1999 da Ismail Omar Guelleh, rieletto più volte in consultazioni che l’opposizione e numerosi osservatori internazionali giudicano poco competitive. La stabilità politica, spesso rivendicata come un merito, ha un prezzo elevato in termini di pluralismo, libertà di stampa e alternanza democratica, tuttavia è proprio questa stabilità controllata ad aver reso Gibuti un interlocutore affidabile per potenze molto diverse tra loro, che qui hanno scelto di installare basi militari permanenti.
Nel raggio di pochi chilometri convivono infatti la principale base americana in Africa, quella francese eredità del passato coloniale, presidi militari giapponesi, italiani e, dal 2017, anche la prima base militare cinese all’estero. Una concentrazione senza eguali nel continente africano, che racconta meglio di qualsiasi analisi il valore strategico del Paese. Gibuti è riuscita a trasformare la propria vulnerabilità geografica in una rendita geopolitica, affittando spazio, garantendo accessi portuali, offrendo sicurezza delle rotte in una regione attraversata da conflitti cronici, dal caos somalo alle tensioni yemenite, fino alle ricadute della guerra in Sudan.
È in questo quadro che vanno letti anche i rapporti con Israele. Le relazioni diplomatiche tra Gibuti e Israele esistono da tempo, pur restando volutamente discrete, e si muovono su un terreno pragmatico che privilegia la cooperazione in materia di sicurezza marittima, intelligence e controllo dei flussi nel Mar Rosso. Per Israele, Gibuti rappresenta un punto di osservazione cruciale su una delle sue principali arterie commerciali, nonché una piattaforma utile per monitorare movimenti ostili legati all’Iran e ai suoi alleati regionali, in particolare nello Yemen. Per Gibuti, il rapporto con Israele si inserisce in una politica estera attentamente bilanciata, che evita rotture con il mondo arabo e africano ma allo stesso tempo non rinuncia a interlocuzioni considerate utili alla propria sicurezza.
Questa capacità di tenere insieme partner spesso in competizione tra loro è forse l’elemento più interessante del caso gibutino. Il Paese mantiene buoni rapporti con gli Stati Uniti e con la Cina, dialoga con le monarchie del Golfo, ospita infrastrutture strategiche per l’Etiopia senza sbocco al mare e partecipa ai meccanismi regionali africani, cercando di non schiacciarsi su una sola sfera di influenza. Non sempre l’equilibrio è perfetto e non mancano tensioni sotterranee, ma finora la leadership ha dimostrato una notevole abilità nel muoversi tra interessi divergenti.
Gibuti resta un Paese fragile sul piano sociale ed economico, con forti disuguaglianze e una popolazione giovane che guarda con crescente insofferenza a un sistema chiuso, tuttavia sul piano geopolitico ha già vinto una scommessa fondamentale, quella di contare più di quanto le sue dimensioni farebbero pensare. In un’area dove le crisi tendono a propagarsi rapidamente, questo piccolo Stato continua a essere un perno silenzioso, osservato con attenzione da chi sa che, spesso, il controllo dei passaggi vale quanto il controllo dei territori.
Il Punto. Gibuti, il piccolo snodo dove passa il mondo
Il Punto. Gibuti, il piccolo snodo dove passa il mondo

