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Il Punto. Georgia, il Paese in bilico che non sceglie più

Tra sogno europeo, attrazione russa e un rapporto pragmatico con Israele.

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Il Punto. Georgia, il Paese in bilico che non sceglie più

La Georgia è uno di quei Paesi che sfuggono alle definizioni rapide. Formalmente candidata all’Unione Europea, culturalmente proiettata verso l’Occidente, economicamente fragile e politicamente sempre più ambigua, oggi vive una fase di sospensione che a volte pesa più di una crisi aperta. Più che esplodere, il Paese scivola. E nel Caucaso, scivolare significa spesso perdere margini di autonomia e ritrovarsi prigionieri prima ancora di immaginare una via di uscita.

Il Paese è governato dal partito Sogno Georgiano, fondato e a lungo diretto da Bidzina Ivanishvili, miliardario rientrato dalla Russia che, pur senza incarichi formali, continua a esercitare un’influenza a dir poco determinante. Il governo in carica, guidato da Irakli Kobakhidze, mantiene una facciata istituzionale e una retorica moderata, ma negli ultimi anni ha adottato scelte che hanno allarmato Bruxelles e Washington. La legge sugli “agenti stranieri”, modellata apertamente su quella russa, ha segnato una frattura netta con la società civile e con il percorso di integrazione europea, alimentando proteste di piazza e una repressione crescente.

La Georgia resta una democrazia elettorale, ma sempre più povera di anticorpi. I media indipendenti sono sotto pressione, l’opposizione frammentata e delegittimata, la magistratura accusata di allineamento al potere politico. Se sarebbe ingiusto e miope parlare di un ritorno al passato sovietico, si può però ragionevolmente sostenere che ci troviamo di fronte a un adattamento morbido di modelli autoritari che funzionano senza bisogno di far scendere i carri armati nelle strade. Il risultato è un sistema che galleggia, che evita rotture traumatiche ma che progressivamente svuota la prospettiva europea.

Sul piano geopolitico, Tbilisi continua a muoversi su una linea di equilibrio instabile, un ossimoro che purtroppo è qualcosa di più, e di peggio, di una maliziosa interpretazione. Dopo la guerra del 2008 e la perdita di fatto dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, la Georgia ha evitato lo scontro diretto con la Russia, scegliendo una strategia di prudenza che, in tutta onestà, si potrebbe definire una vera e propria rinuncia. Dall’invasione russa dell’Ucraina in poi, il governo georgiano ha mantenuto una posizione defilata, rifiutando sanzioni dirette contro Mosca e presentando questa scelta come realismo necessario. In realtà, è anche il segno di una dipendenza economica e politica prodondamente irrisolta.

In questo quadro si inserisce il rapporto con Israele, meno ideologico e più concreto di quanto si creda. Le relazioni diplomatiche sono stabili da anni e si fondano su cooperazione militare, tecnologica e turistica. Israele ha fornito equipaggiamenti e know-how militare in passato, soprattutto dopo il 2008, mentre migliaia di cittadini israeliani visitano o investono in Georgia, attratti da un sistema fiscale favorevole e da un ambiente relativamente aperto. La comunità ebraica georgiana, antica e ben integrata, rappresenta un ulteriore ponte storico e culturale.

Tbilisi mantiene con Gerusalemme un rapporto pragmatico, privo di dichiarazioni enfatiche ma costante. Nelle sedi internazionali la Georgia tende a evitare prese di posizione ostili, pur senza esporsi troppo, coerentemente con la sua strategia di minimizzazione del rischio. Non è un’alleanza, ma una convergenza silenziosa, che si muove lontano dai riflettori e dentro una logica di interessi reciproci.

Il problema di fondo resta la direzione complessiva del Paese. La Georgia è oggi un territorio conteso non tanto tra eserciti, quanto tra modelli di potere. Da un lato una società giovane, urbana, apertamente europea, dall’altro una classe dirigente che ha smesso di credere nella rottura con Mosca e preferisce amministrare l’ambiguità con qualche astuzia di troppo e molta spregiudicatezza. Finché questa frattura resterà irrisolta, il Paese continuerà a esistere in uno spazio intermedio, formalmente occidentale ma sostanzialmente esitante.

Il rischio non è una svolta improvvisa, ma una lenta normalizzazione dell’arretramento. E per un Paese che ha fatto della scelta europea il cuore della propria identità post-sovietica, questa è forse la perdita più grave.


Il Punto. Georgia, il Paese in bilico che non sceglie più
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