Isolata, opaca, quasi impenetrabile, l’Eritrea è uno dei paesi meno raccontati e meno compresi del continente africano, eppure il suo peso regionale è tutt’altro che marginale. Dal 1993, anno dell’indipendenza dall’Etiopia, il paese è governato senza interruzioni da Isaias Afwerki, presidente e uomo forte di un sistema che ha trasformato la liberazione nazionale in un regime autoritario senza scadenze, elezioni né un vero e proprio pluralismo degno di questo nome.
Formalmente l’Eritrea è una repubblica ma nei fatti è uno Stato militarizzato, retto da un potere personale che controlla esercito, economia, informazione e mobilità dei cittadini. Il servizio militare obbligatorio, teoricamente limitato nel tempo, è diventato una leva permanente che può durare decenni e che ha prodotto una delle più alte percentuali di emigrazione forzata al mondo. Migliaia di giovani eritrei fuggono ogni anno, non per povertà estrema ma per l’assenza di qualsiasi prospettiva civile.
La chiave di lettura del regime eritreo è la guerra, o meglio la sua perenne possibilità. Il conflitto con l’Etiopia, ufficialmente concluso con l’accordo di pace del 2018, resta il pilastro ideologico su cui Afwerki giustifica il controllo totale della società. Anche quando i cannoni tacciono, la mobilitazione resta attiva e pronta ad esplodere. Anche quando i confini sembrano stabilizzati, l’emergenza non finisce mai. La recente partecipazione dell’Eritrea al conflitto del Tigray, a fianco di Addis Abeba, ha confermato questa logica, mostrando un esercito ancora centrale e una leadership disposta a usare la forza come strumento politico ordinario.
Sul piano internazionale, l’Eritrea ha scelto una linea di autonomia ruvida, spesso conflittuale, alternando fasi di isolamento a improvvise riaperture tattiche. In questo quadro si inserisce il rapporto con Israele, che esiste da tempo ed è più solido di quanto si immagini. L’Eritrea non ha mai aderito al fronte del rifiuto radicale, mantiene relazioni diplomatiche con Israele e vede nello Stato ebraico un interlocutore tecnologico e di sicurezza, oltre che un contrappeso utile in una regione attraversata da influenze islamiste e rivalità tra potenze.
Per Israele, l’Eritrea rappresenta un tassello delicato nel mosaico del Mar Rosso e del Corno d’Africa. La stabilità, per quanto autoritaria, del regime di Asmara è stata spesso considerata preferibile al rischio di un collasso che potrebbe aprire spazi a gruppi ostili o a una penetrazione iraniana più aggressiva lungo le rotte marittime. Ovviamente tutto ciò non significa sostegno politico al regime, ma una relazione improntata al pragmatismo, tipica di un’area in cui le alternative sono spesso peggiori dello status quo.
Le criticità restano enormi: dalla repressione interna, all’assenza di diritti civili e alla mancanza di una costituzione applicata. Tutto questo comporta un soffocamento sistematico della società producendo una fragilità profonda, anche se mascherata da un’apparente stabilità. L’Eritrea non è uno Stato fallito, ma piuttosto uno Stato bloccato, incapace di evolvere senza mettere in discussione l’intero impianto di potere.
Il punto, oggi, è che l’Eritrea continua a sopravvivere più per inerzia che per un progetto vero e proprio e finché Afwerki resterà al comando, difficilmente cambierà qualcosa. E quando quel momento finirà, il vero rischio non sarà il cambiamento in sé, ma il vuoto che potrebbe aprirsi in un paese dove tutto, per oltre trent’anni, è dipeso da un solo uomo.
Eritrea, il paese immobile governato dalla guerra permanente
Eritrea, il paese immobile governato dalla guerra permanente

