Il Brasile ama definirsi una potenza globale in attesa di pieno riconoscimento, e la politica estera rappresenta da sempre lo strumento attraverso cui questo paese continentale prova a trasformare il proprio peso demografico ed economico in influenza politica. Luiz Inácio Lula da Silva, tornato alla presidenza con l’ambizione di riportare Brasilia al centro del gioco internazionale, ha rilanciato una diplomazia molto attiva che guarda contemporaneamente al Sud globale, alle grandi economie emergenti e alle tradizionali relazioni con l’Occidente. Dentro questo quadro si colloca anche la linea adottata nei confronti di Israele, una linea che negli ultimi mesi ha assunto toni sempre più duri e che ha prodotto uno dei momenti più delicati nei rapporti bilaterali degli ultimi decenni.
La crisi diplomatica è esplosa nel pieno della guerra tra Israele e Hamas, quando Lula ha accusato apertamente lo Stato ebraico di condurre operazioni militari che a suo giudizio avrebbero superato i limiti della legittima difesa. Le sue parole, pronunciate durante un viaggio in Africa e poi ribadite in diverse occasioni pubbliche, hanno provocato una reazione immediata del governo israeliano, che ha convocato l’ambasciatore brasiliano per protestare formalmente. Il linguaggio utilizzato dal presidente brasiliano ha segnato una rottura rispetto alla tradizione diplomatica del paese, che per molti anni aveva cercato di mantenere un equilibrio tra sostegno al diritto di Israele a esistere e vicinanza politica alla causa palestinese.
Questa scelta riflette un orientamento più ampio della politica estera brasiliana sotto Lula, il quale ha costruito la propria agenda internazionale intorno all’idea di un rafforzamento del cosiddetto Sud globale e di una maggiore autonomia rispetto ai centri di potere occidentali. Il Brasile ha rafforzato il proprio ruolo nei BRICS, ha intensificato i rapporti con Cina e paesi africani e ha rilanciato il dialogo con governi che negli ultimi anni avevano trovato spazio nelle strategie diplomatiche di Brasilia, tra cui Iran e alcune monarchie del Golfo. In questo contesto il Medio Oriente è diventato uno dei teatri in cui il governo brasiliano cerca di presentarsi come interlocutore alternativo, capace di parlare con attori diversi e spesso in conflitto tra loro.
I rapporti con Israele, che pure restano solidi sul piano economico e tecnologico, hanno inevitabilmente risentito di questo cambio di tono. Negli ultimi anni la cooperazione tra i due paesi si è sviluppata soprattutto nei settori dell’agricoltura avanzata, della gestione delle risorse idriche e della sicurezza informatica, campi in cui le aziende israeliane hanno trovato nel mercato brasiliano uno spazio significativo. Anche la comunità ebraica brasiliana, una delle più grandi dell’America Latina, ha rappresentato per decenni un ponte naturale tra i due paesi, contribuendo a mantenere aperti canali di dialogo che raramente si erano incrinati in modo serio.
L’attuale fase diplomatica appare invece più complessa, perché la leadership brasiliana ha scelto di inserire il conflitto israelo-palestinese all’interno di una visione geopolitica più ampia che privilegia il linguaggio della solidarietà con il Sud globale e della critica verso le potenze occidentali. All’interno di questo schema Israele viene spesso percepito come parte del blocco occidentale, mentre la causa palestinese viene letta come una questione di autodeterminazione nazionale che il Brasile sostiene da molti anni nelle sedi internazionali, comprese le Nazioni Unite.
Allo stesso tempo la politica estera brasiliana continua a muoversi su un terreno pragmatico. Brasilia mantiene relazioni economiche importanti con Israele e non ha mai messo in discussione il riconoscimento diplomatico dello Stato ebraico, tuttavia il tono politico adottato dal governo Lula ha introdotto un elemento di tensione che rende più fragile il dialogo bilaterale. Il risultato è una diplomazia che prova a parlare con più interlocutori contemporaneamente, mentre cerca di costruire un’immagine di autonomia strategica capace di rafforzare il peso internazionale del Brasile.
Il Medio Oriente resta dunque uno dei banchi di prova più delicati per la politica estera di Lula. Se il presidente riuscirà a trasformare questa linea in una presenza diplomatica credibile dipenderà dalla capacità di evitare che le prese di posizione politiche si trasformino in fratture permanenti con partner che continuano a essere rilevanti per l’economia e la sicurezza del paese. In gioco non c’è soltanto il rapporto con Israele, bensì l’ambizione di Brasilia di presentarsi come una voce influente in un sistema internazionale sempre più frammentato, dove la credibilità diplomatica si misura anche dalla coerenza delle scelte compiute nei momenti di crisi.
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