Gli armeni sono un popolo che non può permettersi l’ambiguità della memoria. Antichi, dispersi, segnati in modo irreversibile dal genocidio del 1915, hanno imparato presto che la sopravvivenza passa dal nominare le cose per quello che sono ed è per questo ogni silenzio pesa e ogni esitazione brucia.
Oggi gli armeni so
o circa dieci milioni, in gran parte fuori dallo Stato di Armenia, piccolo, vulnerabile, stretto tra potenze ostili e alleanze a dir poco fragili. Dopo il collasso dell’Artsakh – territorio conosciuto internazionalmente come Nagorno-Karabakh e regione abitata in larghissima maggioranza da armeni da secoli – e la perdita di ogni illusione su una protezione russa, Yerevan ha iniziato a riorientare la propria politica estera. Ed è in questo quadro che il rapporto con Israele è tornato a muoversi, lentamente ma visibilmente.
Per anni la relazione tra armeni e Israele è stata segnata da una frattura precisa: il genocidio. Israele, come Stato, non ha mai adottato un riconoscimento formale e definitivo attraverso un atto della Knesset o una decisione governativa vincolante. Nel corso degli anni, però, sempre più leader politici, intellettuali e istituzioni israeliane hanno parlato apertamente di genocidio armeno, riconoscendolo sul piano morale e storico. Anche dichiarazioni recenti di massimi vertici politici vanno in questa direzione. Il risultato è una posizione ibrida: riconoscimento morale sì, riconoscimento statuale pieno no.
Per gli armeni, che vivono la memoria come un fatto vitale, questa distinzione non è accademica ma una ferita. A renderla più profonda ha contribuito la stretta cooperazione strategica tra Israele e Azerbaigian, in particolare nel settore della difesa, percepita dagli armeni come un fattore diretto della loro vulnerabilità. È il punto più duro, quello che nessun riavvicinamento può aggirare.
Nonostante ciò, tra il 2025 e l’inizio del 2026, i contatti tra Gerusalemme e Yerevan si sono intensificati con incontri diplomatici, dialoghi economici e diversi e incoraggianti segnali di una normalizzazione pragmatica. Non un’amicizia, ma una scelta razionale: l’Armenia cerca nuovi appoggi occidentali; Israele osserva con attenzione un Caucaso in rapido mutamento. Anche il riconoscimento armeno dello Stato di Palestina nel 2024, che aveva provocato una dura reazione israeliana, non ha impedito questa ripresa. Segno che entrambi stanno imparando a compartimentare le divergenze.
C’è però un luogo in cui i compartimenti saltano: Gerusalemme. Nella Città Vecchia esiste il Quartiere Armeno, uno dei quattro storici e custode di una presenza secolare, discreta ma anche molto tenace. E’ un luogo di una eleganza silenziosa, con gioielli architettonici che presidiano una comunità che pare invisibile ai più, a differenza di quel che succede nel quartiere musulmano o in quello cristiano. Per non dire di quello ebraico che è il cuore vivo della Città Vecchia, commovente fino allo spasimo, in un movimento che mette insieme turismo dozzinale e senso del sacro come non succede in nessun’altra parte del mondo. Ma torniamo agli armeni di Gerusalemme e al loro perimetro dentro le mura. Pur non essendo una pedina del conflitto israelo-palestinese, il quartiere armeno e chi lo abita ne subisce inevitabilmente tutte le scosse. Negli ultimi anni, controversie immobiliari, pressioni e scontri legali hanno trasformato il quartiere in un fronte sensibile, dove la comunità armena sente di dover difendere più che una posizione politica, la propria continuità storica.
Qui il rapporto con Israele non passa dai comunicati diplomatici, ma dalla vita quotidiana. Dalla sicurezza, dalla giustizia, dal rispetto degli spazi ed è qui che ogni ambiguità pesa il doppio.
Il paradosso resta intatto. Armeni ed ebrei condividono una storia di persecuzione, esilio e negazione ma la politica segue linee più fredde della memoria. Oggi tra Israele e Armenia c’è un riavvicinamento reale, eppure fragile; una comprensione crescente, ma incompleta. Finché il riconoscimento resterà a metà e Gerusalemme resterà un nervo scoperto, quel rapporto continuerà a muoversi sul filo sottile che separa il dialogo dalla diffidenza.
Il Punto. Armeni e Israele: riconoscimenti a metà e una ferita aperta a Gerusalemme
Il Punto. Armeni e Israele: riconoscimenti a metà e una ferita aperta a Gerusalemme

