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Il Punto. Arabia Saudita, il potere che accelera

MBS tra modernizzazione forzata, ambizioni regionali e prudenza strategica su Israele.

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Il Punto. Arabia Saudita, il potere che accelera

L’Arabia Saudita di oggi non è più il regno immobile che per decenni ha vissuto di petrolio, rendita e discrezione diplomatica. È un Paese in corsa, spinto dall’alto da una leadership che ha deciso di cambiare tutto insieme, e in fretta. Al centro di questo processo c’è Mohammed bin Salman, principe ereditario e uomo forte del regno, che governa come si governa una trasformazione industriale, e cioè con obiettivi chiari, in tempi serrati, e con costi accettati come inevitabili.

Il potere a Riyad è oggi più concentrato che mai. MBS, come ormai viene comunemente abbreviato, ha neutralizzato rivali interni, ridimensionato l’establishment religioso tradizionale, messo sotto controllo i grandi centri di influenza economica e tribale. E a guardarlo bene si può dire che lo Stato funziona perché le decisioni arrivano rapide e l’apparato ubbidisce. È una stabilità verticale, che non nasce dal consenso diffuso ma piuttosto dall’efficienza e dalla promessa di futuro. Fatto sta che per ora regge. E’ anche una stabilità che però non ammette errori gravi.

Il cuore della strategia saudita resta Vision 2030, e cioè temi come la diversificazione economica, l’attrazione di capitali, la riduzione della dipendenza dal petrolio, una trasformazione sociale controllata. Turismo, intrattenimento, grandi eventi, città futuristiche come Neom non sono solo vetrina ma veri e propri strumenti politici. Servono a creare occupazione, ad offrire prospettive a una popolazione giovane, a spostare il baricentro identitario dal passato religioso a un nazionalismo saudita moderno, competitivo ed ambizioso. Il problema è che tutto questo costa, e il tempo non è infinito. Se la crescita rallenta o gli investimenti esteri si raffreddano, il progetto simbolico e reale insieme, rischia di incrinarsi.
Sul piano regionale, l’Arabia Saudita ha scelto una linea meno ideologica e più transazionale. Dopo anni di confronto diretto, Riyad ha abbassato il livello di scontro con l’Iran, puntando su una competizione a bassa intensità piuttosto che sul conflitto aperto. Non stiamo parlando di fiducia ma di puro calcolo perché il regno ha bisogno di stabilità per attirare capitali e realizzare i propri piani. Ogni guerra regionale è un freno, ogni escalation un rischio per i mercati e per l’immagine di affidabilità che MBS cerca di costruire.

Questo approccio si riflette anche nell’approccio saudita sul dossier palestinese e nei rapporti con Israele. Prima del 7 ottobre, Riyad stava esplorando una normalizzazione graduale, condizionata a passi concreti sul fronte palestinese ma la guerra a Gaza ha congelato il processo, rendendolo politicamente impraticabile nel breve periodo senza per questo cancellarlo. L’Arabia Saudita non ha infatti alcun interesse a una rottura frontale con Israele, né a una saldatura ideologica con l’asse più radicale della regione e quindi mantiene una linea pubblicamente dura, per ragioni di legittimità araba, e una diplomazia silenziosa che guarda al lungo periodo.

La differenza rispetto ad altri attori regionali è che Riyad non usa Gaza come strumento di mobilitazione interna. Il regno teme il contagio emotivo e si guarda bene dal cavalcarlo. La priorità resta il controllo della società e delle dinamiche regionali. In questo senso, MBS si muove come un manager geopolitico più che come un tribuno. Parla poco, pesa ogni parola e investe laddove vede – o spera – ritorni strategici.
Il rapporto con gli Stati Uniti resta centrale eppure meno scontato. L’Arabia Saudita, infatti, non sembra essere più disposta a essere solo un alleato disciplinato mentre pretende margini di autonomia, dialoga con Cina e Russia e, insomma, gioca su più tavoli. Tutto questo non per rompere l’ordine occidentale, ma per rendere il proprio peso negoziale sempre più solido. È, questa, una politica rischiosa, ma decisamente coerente con l’idea di una Arabia Saudita come potenza media globale piuttosto che semplice fornitore di energia.

Il regno oggi appare più deciso e strutturato che in passato, ma è in una fase di accelerazione che non consente frenate brusche. Tutto – economia, società, diplomazia – è proiettato in avanti. Se il futuro promesso arriverà, MBS avrà riscritto il contratto tra Stato e cittadini. Non sia mai che rallenti, il problema non sarà un ritorno al passato, ma la gestione non semplicissima di molte, forse troppe aspettative frustrate.


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