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⌥ Il Pd e l’indigestione Albanese

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Il Pd ha un problema serio, e non si chiama Francesca Albanese. È lo stomaco. Un mal di pancia politico che si è cronicizzato. Perché quel nome – che oggi imbarazza, divide, innervosisce – non è piovuto dal cielo ma sono loro ad averlo coltivato, spinto, legittimato, protetto, normalizzato. L’hanno aiutato a crescere e a imporsi nello spazio pubblico. E adesso non sanno dove metterlo.

Albanese è il classico prodotto sfuggito di mano. Troppo radicale per fare finta di niente, troppo simbolica per scaricarla senza pagare un prezzo. Un corpo estraneo che però porta il marchio di fabbrica della casa. E allora il Pd si contorce, si divide, si guarda allo specchio con l’aria di chi ha ingerito qualcosa che non riesce più né a digerire né a espellere.

Il problema non è solo interno. È strategico. Perché se il Pd molla, sa benissimo chi si prende il pacco: o l’area Avs, che campa di radicalità morale e patetica purezza ideologica, o i Cinque Stelle, sempre pronti a trasformare ogni indignazione in capitale elettorale. E questo terrorizza i dem più di qualsiasi polemica. Non è una questione di principio ma di pura concorrenza.

Così resta nel limbo. Nessuna decisione netta, nessuna linea chiara ma solo una sfilza patetica di distinguo, frenate, mezze frasi, retromarce imbarazzate. Che è quando la politica si riduce al reflusso gastrico. Si spera che passi da sola. Che il tempo faccia quello che il partito non ha il coraggio di fare.

Serve una purga? Forse. Un digestivo? Probabile. O magari, più semplicemente, servirebbe ammettere che quando si cullano personaggi di tal fatta, prima o poi quelli (o quelle) bussano alla porta. E a quel punto non basta più dire: non è colpa nostra.


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