Home > Esprit du Temps > Il PD e il canarino nella miniera

Il PD e il canarino nella miniera

L’antisemitismo più che un esito è il segnale della deriva populista

Giorgio Berruto

Tempo di Lettura: 4 min
Il PD e il canarino nella miniera

Da oltre due anni il Partito Democratico ha intrapreso un percorso che lo ha allontanato progressivamente dal suo passato riformista, fondato su un forte senso delle istituzioni, per avvicinarlo a un populismo sempre più esplicito e intransigente. Il terreno su cui questa trasformazione è più visibile è quello dell’odio contro Israele e, sempre meno mascherato, contro gli ebrei. Come spesso accaduto nella storia politica europea, però, non ci si è fermati qui.

Dal 7 ottobre il PD ha cavalcato e promosso in modo crescente la vulgata che demonizza Israele in modo sistematico, accettando come attendibili informazioni provenienti direttamente da Hamas o confezionate da Al Jazeera, l’influente televisione qatarina con un’agenda apertamente antisraeliana. Ha aderito a manifestazioni organizzate da sigle della galassia islamista antisemita, alcune delle quali — come emerso in più inchieste giornalistiche — direttamente collegate a Hamas (si veda il caso Hannoun, invitato e legittimato in contesti pubblici). Tra queste merita un posto particolare nella galleria dell’infamia la Flottilla, che ha visto la partecipazione di parlamentari italiani a bordo e che ancora oggi, a distanza di mesi, il PD celebra urbi et orbi come gesto umanitario anziché come operazione politico-propagandistica. Ha dato onori e risonanza a Francesca Albanese, figura definita talvolta (ma non dalla segreteria del partito) “controversa”: a torto, perché la sua opera e le sue parole non hanno nulla di “controverso” e sono anzi limpidissime nel promuovere un’agenda che è identica a quella di Hamas (di questi giorni le sue dichiarazioni – che pur dando i brividi non è eccesso considerare perfettamente in linea con il pensiero hitleriano – su Israele “nemico comune dell’umanità”).

In nome dei “diritti umani”, trasformati da principio universale in clava politica e così svuotati di ogni significato autentico, il PD ha sostenuto o giustificato l’accerchiamento internazionale di Israele, ignorando deliberatamente il contesto regionale e il terrorismo, 7 ottobre incluso. Parallelamente ha minimizzato o relativizzato la crescita esponenziale dell’antisemitismo in tutti i paesi occidentali e anche in Italia – in alcune occasioni apertamente professato dai suoi stessi iscritti e attivisti, come pochi giorni fa con il caso del “meglio maiale che sionista” dei giovani PD di Bergamo. Non è un dettaglio che, tra dicembre 2025 e gennaio 2026, l’iter delle proposte di legge contro l’antisemitismo abbia incontrato opposizione proprio nell’area che – forse per un vezzo del passato – ama ancora dirsi progressista. Qui non è indispensabile soffermarsi sulle motivazioni – opportunismo, preoccupazione di non “scontentare” una base radicalizzata, “campolarghismo”, movimentismo, schietto antisemitismo, odio per la liberaldemocrazia, gioco parlamentare delle parti, terzomondismo eccetera – varie ma tutte sordide. Sono già abbastanza i fatti.

Ma sarebbe un errore pensare che tutto si esaurisca nel pregiudizio contro Israele o gli ebrei – che, non si ripeterà mai abbastanza, è esattamente la stessa cosa. Come più volte accaduto in passato, quando si comincia con l’odio antiebraico non ci si ferma mai a quello. Si inizia dal nemico ideale per definizione perché l’ebreo nella mentalità antiebraica è simbolo di ogni male, ma l’obiettivo va ben oltre. Ciò che emerge nel PD è un populismo sempre più spregiudicato, disposto a sacrificare il senso delle istituzioni e la complessità pur di mobilitare indignazione. È la tradizione delle esecuzioni sommarie senza processo, delle elargizioni assistenzialistiche e clientelari, del “rubano tutti”, degli amici del popolo e degli appelli dal balcone in piazza Venezia. A questa tradizione appartiene il post con cui sul profilo social ufficiale del PD qualche giorno fa si accostava chi voterà “Sì” al referendum al fascismo. Una semplificazione triviale che ha il solo scopo di delegittimare l’avversario e di spedire nei Gulag – metaforici, per ora – i pochi rimasti nel PD che ancora sperano, per ora invano, di arrestare la trasformazione di un ex grande partito europeo nella succursale di un centro sociale. Ma gli esempi che si possono fare sono tanti, a cominciare dall’assenza di una presa di distanza senza distinguo dai violenti di Askatasuna, tollerati in nome di una presunta affinità “antagonista”, o dal sostegno sempre più blando, condizionato, parziale all’Ucraina e alla necessità di difesa europea.

L’odio contro Israele e la tolleranza – ma sempre più spesso anche l’aperta promozione – dell’ostilità antiebraica non sono le cause della deriva del PD. Piuttosto, sono segni di una malattia profonda, la malattia per eccellenza delle democrazie: il populismo. Gli ebrei, ancora una volta, ne sono le prime vittime, il canarino nella miniera.


Il PD e il canarino nella miniera