Per vent’anni l’Occidente ha coltivato una finzione rassicurante: Hezbollah sarebbe una “forza politica”, una milizia libanese tra le altre. Un problema complicato, certo, ma pur sempre interno alla vita politica di Beirut. Così lo si è discusso nei convegni, nei rapporti diplomatici, nelle analisi degli esperti.
Nel frattempo quel “partito” accumulava decine di migliaia di razzi, costruiva un apparato militare parallelo all’esercito libanese, riceveva armi e denaro dall’Iran e trasformava il sud del Libano in una base permanente di guerra contro Israele.
Ora Washington e Parigi parlano di accordi e chiedono allo Stato libanese di assumersi la responsabilità del disarmo di Hezbollah. L’espressione ha del comico, visto che presuppone che esista uno Stato libanese capace di farlo.
La realtà è molto più semplice e insieme molto meno elegante. Hezbollah non è una milizia e non è un partito ma un esercito. E il Libano non lo controlla, semmai lo ‘ospita’.
Ammetterlo significherebbe, però, riconoscere che per vent’anni la diplomazia occidentale ha scambiato un esercito per un attore politico, e cioè, una svista gigantesca. E le diplomazie, si sa, odiano confessare i propri errori.
Il partito con i missili
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