Home > Focus Iran > Il Paese che non smette mai di rialzarsi

Il Paese che non smette mai di rialzarsi

Dal hijab imposto alla piazza “Donna, vita, libertà”: quarant’anni di scosse represse senza riuscire a spegnere la miccia.

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Il Paese che non smette mai di rialzarsi

C’è un’idea comoda, soprattutto fuori dall’Iran: le rivolte contro la Repubblica islamica sono fiammate occasionali, reazioni emotive che passano come passa una stagione. In realtà l’Iran vive in uno stato di contestazione ricorrente, quasi un battito cardiaco politico: si gonfia, esplode, viene schiacciato e poi, bene o male, riparte. Cambiano le parole d’ordine, cambiano i protagonisti e cambia perfino il lessico della repressione; resta la struttura del potere, che ha imparato presto a trattare la piazza come un fronte di guerra interno.

La prima crepa arriva subito, quando l’onda rivoluzionaria non si è ancora depositata. Nel 1979, a poche settimane dalla caduta dello Shah, migliaia di donne scendono in strada contro l’obbligo del velo e contro la rapida islamizzazione della vita quotidiana. È un segnale precoce: il nuovo ordine non nasce dal consenso, ma dall’imposizione. Quelle manifestazioni vengono intimidite, aggredite, neutralizzate; e l’hijab diventa pilastro di Stato.

Negli anni Ottanta la repressione si fa sistematica e spietata come non mai. Il regime si costruisce anche contro i suoi rivali rivoluzionari. E quindi si inasprisce una già forte la lotta interna, dilaga l’ossessione del tradimento e l’apparato securitario che si radica nelle città e nei quartieri presidiandoli. In quel periodo il Corpo delle Guardie della Rivoluzione e le milizie affiliate consolidano la funzione per cui erano nate che non era difendere un confine, quanto sorvegliare una società.

Il salto di qualità, quello che porta l’Iran contemporaneo nelle immagini globali, è nel luglio 1999. La scintilla è “piccola” solo in apparenza: la chiusura di un quotidiano riformista, Salam. Le proteste studentesche a Teheran diventano in pochi giorni una contestazione nazionale; la risposta arriva di notte, nei dormitori, con raid, pestaggi, arresti, sparizioni. È la lezione che il regime impartisce a una generazione che aveva creduto nella stagione riformista di Khatami: lo spazio di libertà esiste finché non diventa potere, poi si chiudono le porte e le finestre e guai chi osa parlare.

Nel 2009 l’Iran tocca la scala delle rivolte di massa. Milioni in strada dopo le presidenziali contestate e la domanda è limpida, quasi ingenua: “Dov’è il mio voto?”. La risposta è brutalmente moderna e arriva con i gas, i manganelli, le carceri che si affollano, i leader che vengono isolati, la rete messa sotto controllo. La morte di Neda Agha-Soltan, ripresa in un video e vista ovunque, diventa simbolo di una frattura irreparabile tra Stato e cittadini. Il Movimento Verde non viene “sconfitto” politicamente ma viene soffocato fisicamente e amministrativamente, fino a rendere la protesta un costo individuale insopportabile.

Poi arriva la fase economico-sociale, quella che smentisce un’altra leggenda, e cioè che la contestazione sia solo affare di élite urbane, roba da intellettuali o quanto meno di studentelli ansiosi di respirare un po’ di aria d’Occidente. Tra fine 2017 e inizio 2018 la rabbia per il costo della vita si trasforma in slogan contro l’intero sistema; nel novembre 2019, dopo l’aumento improvviso del carburante, la protesta diventa incendio nazionale e il regime risponde con munizioni vere e un blackout quasi totale di Internet. Sulle vittime i numeri divergono, ma il comando è chiaro, uccidere abbastanza da ristabilire la paura, senza mai ammettere il prezzo pagato.

Nel 2022–2023, con Mahsa Amini, la miccia torna dove era partita decenni prima: sul corpo delle donne e sull’umiliazione quotidiana. “Donna, vita, libertà” non è uno slogan né tanto meno un hashtag ma un attacco frontale all’idea stessa di Repubblica islamica come regime morale. Per mesi, scuole e università diventano piazze, le città periferiche contano quanto Teheran, e lo Stato torna a usare l’arsenale completo con arresti di massa, processi ed esecuzioni plateali, dimostrative. Tanto per dire a chi osa ribellarsi: ne punisco uno per punirne cento. Anche qui, la rivolta non “finisce” ma viene spezzata in segmenti, resa impraticabile e rispinta sottoterra.

Perché falliscono, tutte queste ondate? Perché la Repubblica islamica non è solo un governo ma un vero e proprio dispositivo con più livelli di sicurezza, più leve economiche, più strumenti di controllo di quanti una protesta spontanea possa reggere a lungo. E soprattutto ha imparato a trasformare l’assenza di una leadership riconosciuta in un vantaggio: movimenti diffusi, orizzontali, difficili da decapitare, sì; ma anche difficili da far convergere in una strategia, in uno sciopero generale, in un’alternativa praticabile. È il paradosso dell’Iran con un popolo che torna in strada con una costanza quasi eroica e un regime che, fin qui, sopravvive perché sa rendere ogni ribellione un sacrificio isolato.

Eppure, a forza di ripetersi, queste rivolte sono già riuscite a consumare l’idea che il sistema sia eterno costringendo il regime a governare sempre più con la coercizione e sempre meno con la legittimità.


Il Paese che non smette mai di rialzarsi
Il Paese che non smette mai di rialzarsi