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⌥ Il pacifismo a corrente alternata

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Qualcuno la chiama la perdita dell’innocenza. Verrebbe meglio dire che, semmai, è la prova della stupida furbizia. C’è, infatti, chi scopre all’improvviso che la guerra una un costo. Non solo in vite, che restano sempre un concetto astratto finché non ci toccano, ma in bollette, carburante, sicurezza quotidiana. Ed ecco la magia: gli stessi che per anni hanno chiesto interventi, sanzioni, prese di posizione morali inflessibili, oggi vogliono il metano russo, meno missioni all’estero, meno tensione. Tutto insieme, senza contraddizioni, come se il mondo fosse un supermercato dove scegliere solo ciò che conviene.

A questa brava gente bisognerebbe spiegare che la realtà, ahinoi, non funziona così. Se vuoi sicurezza, devi accettare il conflitto. Se vuoi energia stabile, devi accettare compromessi che ti sporchino le manine.

Se vuoi stare fuori dalla guerra, qualcuno dovrà combatterla al posto tuo. E quel qualcuno, guarda caso, è sempre Israele o gli Stati Uniti, purché lo facciano lontano dagli occhi e senza disturbare troppo il prezzo della benzina. Non siamo nel campo della prudenza ma dell’infantilismo politico.

È la pretesa di vivere in un mondo senza conseguenze, dove la morale si accende e si spegne come un interruttore, in base alla stagione e alla bolletta del gas. Intanto, fuori dalla bolla, gli altri giocano sul serio. E vincono.


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