Esiste un modo di parlare ormai inconfondibile che compare con regolarità nel discorso pubblico sugli ebrei, sul “sionismo” e su Israele. Viene formulato con disinvoltura, talvolta con un’aria compiaciuta, spesso con un tono di sicurezza ostentata: tutti vi odiano. Il mondo si sta svegliando. Tutti lo sanno. Frasi di questo tipo non si presentano come argomentazioni, ma come constatazioni, come se chi parla si limitasse a indicare un dato evidente della realtà. Non viene offerta alcuna prova, perché non è richiesta. L’autorità a cui si fa appello non è il fatto, ma il consenso: una unanimità immaginata che non ha bisogno né di dimostrazione né di difesa.
Questo linguaggio non cerca di persuadere; cerca di chiudere. Affermando che il giudizio è già stato emesso, trasforma il dissenso in ritardo, non in differenza. Essere in disaccordo non significa sostenere un’altra posizione, ma rimanere indietro rispetto a qualcosa che sarebbe già stato stabilito. L’antagonismo appare inevitabile e il pregiudizio viene presentato come una forma di lucidità.
Al suo nucleo, si tratta di una forma di chiusura. Invocando “il mondo” o “tutti”, la questione non viene risolta, viene sigillata. L’indagine diventa superflua. Una volta affermata come totale, questa unanimità trasforma ogni domanda in negazione o malafede. Il confronto non viene affrontato, viene squalificato.
Colpisce quanto questo schema sia singolare. I paesi vengono criticati continuamente, spesso in modo duro, eppure non si parla della loro esistenza come di un imbarazzo morale da cui il mondo si starebbe progressivamente liberando. Anche i regimi accusati di atrocità vengono discussi in termini di politiche, leadership o riforme. La loro esistenza non viene trattata come un errore storico in attesa di essere corretto. Solo gli ebrei sono sottoposti a questo verdetto di obsolescenza, all’idea che la storia sia andata avanti e che chi non se ne accorge sia disonesto o moralmente corrotto. In fondo, è qualcosa di infantile: il tono delle prese in giro da cortile che si trasferisce nel linguaggio morale degli adulti, “tutti sanno che sei un…”.
Ciò che rende questa affermazione particolarmente corrosiva è che non corrisponde neppure al vero. Non esiste alcun consenso globale su Israele, tanto meno la condanna uniforme implicita in queste espressioni. L’opinione pubblica è divisa, mutevole e spesso ambivalente. Il richiamo a “tutti” non descrive la realtà, la costruisce.
Vale anche per l’accusa di “genocidio”. Anche affermazioni false, se ripetute abbastanza spesso e su un numero sufficiente di piattaforme, finiscono per simulare un consenso diffuso. Ciò che viene dichiarato come acquisito assume il peso di un accordo generale, non grazie alle prove, ma per effetto della ripetizione.
La dinamica non è casuale. Gli ebrei hanno occupato a lungo un posto peculiare nell’immaginario morale dell’Occidente, rappresentati non soltanto come colpevoli, ma come ostacoli alla chiarezza morale stessa. La struttura del falso consenso si innesta su questa eredità. Quando qualcuno afferma che “il mondo si sta svegliando”, non sta descrivendo una scoperta, sta dichiarando la fine della discussione, collocando ancora una volta gli ebrei al di là di essa.
Anche il richiamo alla storia svolge la stessa funzione. ‘State dalla parte sbagliata della storia’ non è un’argomentazione, è un avvertimento che si presenta come saggezza. Suggerisce che il giudizio sia già stato pronunciato e che opporsi sia inutile. Ciò che appare come chiarezza morale è spesso un rifiuto del ragionamento: la conclusione arriva già pronta e il lavoro del pensiero viene sostituito da una posa.
Questo schema funziona anche in assenza di una folla reale. La folla è implicita. Invocando “tutti”, chi parla ricrea un’esperienza di isolamento, collocando l’ascoltatore in una posizione arretrata e solitaria. La pressione sociale opera senza bisogno di un consenso effettivo.
La sua forza è atmosferica più che argomentativa. Non è necessario difendere una tesi perché la conclusione viene trasmessa dal tono, dalla ripetizione, dal clima. L’ascoltatore non viene persuaso, viene gradualmente abituato. Con il tempo, l’affermazione smette di sembrare una posizione e diventa un fatto.
Per gli ebrei, questa pressione richiama una memoria storica profonda. La vita ebraica è stata più volte segnata da dichiarazioni secondo cui “tutti sanno” qualcosa su di noi, che siamo un problema, un fastidio, un residuo del passato. In epoche precedenti, questo si traduceva in accuse come il sangue rituale e altre calunnie, affermazioni che non richiedevano prove perché erano già “note” socialmente. Il contenuto cambia, la struttura resta. Anche la calunnia degli “uccisori di bambini” è riemersa, accolta quasi senza alcuna verifica.
Il fascino di questa retorica sta in ciò che offre. Lusinga chi la utilizza facendolo sentire illuminato e allineato al progresso. Scioglie la responsabilità nella massa. Se tutti sono d’accordo, nessuno risponde di ciò che dice.
Funziona anche come alibi morale. Collocando il giudizio in un collettivo indefinito, il mondo, la storia, tutti, chi parla si sottrae alla responsabilità della propria affermazione. Questa dispersione non è secondaria, è il punto centrale. Permette al pregiudizio di presentarsi come condanna morale, senza doverne assumere il peso.
Sotto i luoghi comuni sul “risveglio” si nasconde un’affermazione più diretta: l’esistenza ebraica sarebbe l’ultimo elemento ingiustificabile rimasto, e il mondo avrebbe già preso questa decisione. È un’argomentazione introdotta di nascosto come se fosse già una conclusione.
Quando il pregiudizio si presenta come verità acquisita, diventa più difficile da riconoscere e più facile da giustificare. Non suona più come odio, ma come conoscenza, e una volta dichiarato universale non si sente più obbligato a spiegarsi o a rispondere delle proprie conseguenze.
È per questo che questo linguaggio conta. Non perché Israele debba essere sottratto alla critica, ma perché una critica significativa richiede di respingere l’idea che il giudizio sia già stato pronunciato. Il mondo non si sveglia; le persone iniziano a ripetere ciò che tutti “sanno” e smettono di chiedersi se sia vero.
Gli ebrei sanno dove porta quella strada.
Andrew Abrahams
Fondatore di Open Eye Pictures e regista di documentari (Under Our Skin, Il fuoco di Alfredo), candidato agli Emmy e due volte inserito nella shortlist degli Oscar; è anche scrittore e fotografo e vive nalle Bay Area di San Francisco.
Il mondo vi odia e tutti lo sanno