Mentre a Bruxelles tra un aperitivo e l’altro si discute, a Islamabad si decide. E già questa sarebbe una notizia, se non fosse diventata la normalità imbarazzante. Il baricentro del mondo si è spostato, lentamente e poi all’improvviso, e adesso le crisi globali si negoziano altrove, in luoghi che fino a ieri venivano considerati periferici e oggi sono il dove si prendono le decisioni.
Il tavolo pakistano è quello su cui si gioca una partita che riguarda l’uranio iraniano, lo stretto di Hormuz, il prezzo dell’energia e quindi la vita quotidiana di milioni di europei. Eppure in Europa si continua a ragionare come se il mondo fosse ancora quello di vent’anni fa, con Washington da una parte e Bruxelles dall’altra a distribuire carte e condizioni.
La verità è più semplice, e insieme più scomoda: il mondo multipolare non è una prospettiva, è già il presente. Solo che qualcuno lo abita, altri lo commentano. L’Europa appartiene alla seconda categoria.
Non è solo una questione di influenza ma di postura mentale. Quando le crisi si spostano e tu resti fermo, non stai perdendo terreno, stai proprio uscendo dal gioco. E il punto non è che l’Europa non abbia voce, è che nessuno sente più il bisogno di ascoltarla.
Il mondo si sposta e l’Europa guarda
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