Per anni una parte dell’Occidente ha parlato di politica internazionale come se fosse un festival di buone intenzioni: tavoli, appelli, diritti, dichiarazioni solenni, facce contrite e zero realtà. Poi l’Iran minaccia Hormuz, il petrolio trema, le rotte si infiammano e all’improvviso anche gli ingenui scoprono che il mondo non è un convegno ma un posto dove contano i passaggi marittimi, gli eserciti e la forza. La rassegna di oggi è piena di questo risveglio tardivo: stretto bloccato, minacce iraniane, rischio energetico globale.
La verità è più semplice e più cattiva. La geopolitica non era sparita, erano spariti i neuroni di chi pensava di averla sostituita con i comunicati stampa. Bastano pochi chilometri di mare per far crollare vent’anni di sermoni europei. Basta una strozzatura sulla mappa per ricordare che la storia non la fanno i moralisti da talk show ma chi controlla i choke points.
Hormuz, in fondo, non chiude solo il petrolio. Chiude la bocca a un’intera classe dirigente che aveva confuso la realtà con il proprio vocabolario.
Il mondo non è un convegno
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