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Il mondo che volta le spalle a Israele

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 4 min
Il mondo che volta le spalle a Israele

Dall’ottobre 2023 si è sviluppata una pressione crescente e trasversale contro Israele che ha assunto forme diverse in Europa e nel mondo. Il boicottaggio dell’Eurovision da parte di Spagna, Irlanda, Slovenia e Paesi Bassi nel 2025 è solo l’ultimo episodio di una tendenza iniziata subito dopo l’attacco di Hamas. La stessa settimana è emerso che Guinness World Records ha respinto la candidatura dell’ente israeliano Matnat Chaim per un record di donazione di reni, sostenendo che in questa fase non accetta candidature provenienti da Israele o dai Territori palestinesi senza coinvolgimento ONU. Una scelta definita “sensibile” dall’organizzazione britannica, ma percepita da Israele come una nuova forma di esclusione.

Nell’accademia il movimento BDS ha trovato una spinta senza precedenti. In Europa molte università hanno votato per sospendere collaborazioni con istituzioni israeliane, un fenomeno documentato in Belgio, Paesi Bassi, Spagna e in alcuni atenei italiani. Secondo la task force israeliana incaricata di monitorare i boicottaggi, i casi registrati nel primo anno dopo il 7 ottobre sono stati 300 e hanno superato quota 700 tra il 2024 e il 2025. Le forme variano: rifiuti verso singoli ricercatori, esclusioni da progetti europei, interruzioni di collaborazioni senza motivazioni ufficiali. A giugno 2024 l’Associazione Sociologica Internazionale ha sospeso l’iscrizione di istituzioni pubbliche israeliane, mentre l’Associazione Europea degli Archeologi ha chiesto in un primo momento ai partecipanti israeliani di nascondere le affiliazioni accademiche, salvo poi fare marcia indietro. Nel Regno Unito non sono mancati casi di intimidazioni verso accademici ebrei o israeliani, con episodi documentati in vari campus.

Sul piano politico ed economico si è ampliata la rete dei Paesi che hanno introdotto restrizioni militari verso Israele. La Spagna ha bloccato esportazioni di armi subito dopo il 7 ottobre. Belgio, Slovenia e Norvegia hanno adottato misure simili. Un blocco più ampio è stato promosso da un gruppo di dodici Stati del Sud globale — tra cui Colombia, Indonesia, Malesia, Iraq, Sudafrica, Bolivia — che nel 2024 hanno coordinato iniziative diplomatiche e legali per un embargo totale. In Occidente molti governi hanno applicato restrizioni parziali. Il Regno Unito ha sospeso decine di licenze; Germania, Canada, Giappone e Paesi Bassi hanno limitato materiali considerati utilizzabili nella guerra di Gaza. L’Italia non ha imposto un embargo totale ma ha sospeso il rilascio di nuove licenze dopo il 7 ottobre 2023, mantenendo però valide quelle approvate in precedenza, che hanno consentito alcune esportazioni anche durante il conflitto, come confermato da dati Istat e da dichiarazioni ufficiali. Negli Stati Uniti, l’amministrazione Biden ha temporaneamente bloccato alcune forniture militari nel 2024.

L’ambiente fieristico europeo ha seguito lo stesso trend. Nel 2024 la Francia ha escluso le aziende di difesa israeliane da Eurosatory, una decisione poi in parte attenuata dai tribunali, mentre nel 2025 al Salone dell’Aeronautica di Parigi gli stand israeliani sono stati coperti con pannelli neri. A Londra, la fiera DSEI ha vietato la partecipazione alla delegazione governativa israeliana, pur permettendo la presenza di decine di aziende private.

Anche lo sport è diventato campo di scontro. Nel calcio, la pressione per espellere Israele dalle competizioni europee si è intensificata nel 2024–2025, con Uefa che ha ricevuto una lettera firmata da oltre settanta atleti, tra cui Paul Pogba e Hakim Ziyech, per chiederne la sospensione. La decisione di vietare ai tifosi del Maccabi Tel Aviv la trasferta contro l’Aston Villa ha aperto un caso nazionale nel Regno Unito. Nel ciclismo, proteste pro-Palestina hanno bloccato tappe della Vuelta, costringendo il team Israel–Premier Tech a cambiare nome dopo la perdita dello sponsor. Divieti ed esclusioni sono stati applicati anche nel netball europeo, nel muay thai internazionale e persino in tornei sportivi LGBTQ+, con la squalifica nel 2024 della squadra israeliana dalla gay rugby cup in Norvegia.

Nel settore retail i risultati sono stati più limitati. Vari movimenti hanno indicato come bersaglio aziende percepite come filoisraeliane, da Marks & Spencer a Tesco, fino a Coca-Cola, senza però ottenere effetti strutturali. L’unico caso significativo resta il Co-op britannico, che ha interrotto l’importazione di prodotti da Israele insieme a quelli di altri Paesi considerati a rischio. Nel 2024 il marchio Lush ha chiuso temporaneamente negozi e fabbriche nel Regno Unito per protestare contro la guerra.

In campo culturale e diplomatico la pressione continua. Dal 2015 l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato 174 risoluzioni di condanna contro Israele, un numero senza paragoni. Festival, teatri, case editrici e istituzioni culturali hanno aumentato cancellazioni di eventi israeliani o di autori ebrei, con decine di casi registrati nel 2024–2025. L’insieme di queste iniziative mostra un boicottaggio frammentato ma persistente, che dal 7 ottobre si è esteso a quasi ogni ambito della vita pubblica internazionale.


Il mondo che volta le spalle a Israele
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