C’è un dato che sovrasta tutti gli altri, ed è l’assenza di dati affidabili. Nel pieno della più grave ondata di proteste degli ultimi anni, l’Iran è tornato a fare ciò che conosce meglio quando la pressione sale: spegnere il Paese. Internet è stato bloccato per oltre cento ore, le comunicazioni interne ed esterne ridotte al minimo, mentre solo a intermittenza alcuni cellulari sono riusciti a effettuare chiamate verso l’estero. Una cortina tecnologica che non serve soltanto a contenere le manifestazioni, ma soprattutto a rendere opaco il bilancio della repressione.
In questo vuoto si inserisce il rapporto pubblicato dal sito dell’opposizione Iran International, che parla di oltre 12.000 manifestanti uccisi, definendo quanto avvenuto “il più grande massacro della storia moderna iraniana”. Secondo questa ricostruzione, la maggior parte delle vittime sarebbe stata eliminata in due notti consecutive, l’8 e il 9 gennaio, con operazioni coordinate delle Guardie Rivoluzionarie e delle milizie Basij, e con un uso sistematico della forza letale contro civili, in larga parte giovani sotto i trent’anni. Il sito sostiene che non si sia trattato di episodi isolati o di scontri degenerati, ma di un’azione pianificata e autorizzata ai massimi livelli, fino al coinvolgimento diretto di Ali Khamenei.
Numeri di questa portata restano, al momento, impossibili da verificare. E proprio questo è il punto. Le stime circolate finora sono molto più basse, ma comunque drammatiche. L’organizzazione Iran Human Rights, con sede in Norvegia e una rete di fonti interne, parla di almeno 648 morti dall’inizio delle proteste, tra cui anche minorenni, e di migliaia di feriti. La stessa organizzazione ammette però di aver ricevuto valutazioni non confermate che porterebbero il bilancio oltre i 6.000. L’intelligence israeliana, dal canto suo, ha stimato più di 1.000 vittime. La forbice è enorme, e dice molto più del contesto politico che della precisione dei numeri.
Il blackout informativo non è un incidente, ma uno strumento. Impedire la circolazione delle immagini, spezzare i contatti tra le città, rendere difficile il lavoro delle reti di monitoraggio serve a guadagnare tempo, a diluire l’impatto internazionale della repressione e a lasciare che il dibattito si areni su una disputa tecnica, quante centinaia o quante migliaia, invece che su una domanda politica più scomoda: fino a che punto il regime è disposto a spingersi pur di restare in piedi.
Sul piano internazionale, le reazioni oscillano tra prudenza e segnali di pressione. Negli Stati Uniti, secondo indiscrezioni rilanciate dal New York Times, il presidente Donald Trump sta valutando un ventaglio di opzioni che va da nuove iniziative diplomatiche a misure più aggressive, comprese ipotesi di attacchi informatici o mirati contro l’apparato di sicurezza iraniano. Altri esponenti della sua amministrazione spingono invece per contenere l’escalation. Nel frattempo, Trump ha annunciato dazi del 25 per cento contro i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con Teheran, un segnale economico che mira a isolare ulteriormente il regime.
In Europa, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato apertamente di un sistema di potere che sopravvive solo grazie alla violenza e che, proprio per questo, mostra crepe strutturali sempre più evidenti. Parole forti, che però non si sono ancora tradotte in una strategia condivisa.
Da Israele arriva, invece, un messaggio di cautela. Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha ribadito che le proteste in Iran sono una questione interna, invitando a non alimentare voci su un coinvolgimento imminente. Una presa di posizione che riflette la consapevolezza di muoversi su un terreno instabile, dove ogni segnale può essere strumentalizzato da Teheran.
Resta il fatto che, mentre governi e analisti discutono di opzioni e scenari, il costo umano continua a crescere dietro un muro di silenzio. Che siano seicento o dodicimila, le vittime della repressione iraniana non sono una cifra da verificare in laboratorio, ma il prodotto di un sistema che ha scelto il buio come alleato. Ed è proprio quel buio, più ancora dei numeri, a raccontare la natura della crisi che attraversa oggi la Repubblica Islamica.
Il massacro invisibile
Il massacro invisibile

