Gli eventi dell’ultimo mese riferiti alla guerra in atto tra Israele e l’Iran hanno necessariamente reintrodotto nel discorso politico israeliano, in materia di sicurezza, il ruolo del Libano, Paese che da oltre cinquant’anni rappresenta una costante spina nel fianco per la sicurezza di Israele.
Se le operazioni militari dell’estate-autunno 2024 hanno segnato un indiscutibile ridimensionamento delle capacità militari di Hezbollah, è altrettanto indubbio che non ne hanno determinato la fine della piena operatività militare. L’intervento di Hezbollah nel conflitto attuale, su espressa richiesta iraniana, costituisce d’altronde una scelta strategica precisa da parte dell’organizzazione terroristica sciita libanese, che si colloca pienamente nel contesto di guerra esistenziale così come questo conflitto viene sostanzialmente percepito dalla leadership politica iraniana, Guardiani della Rivoluzione in primis.
La scelta di Israele è stata, almeno in questa fase, caratterizzata da un cauto approccio tanto difensivo quanto offensivo, volto alla creazione di una mini-fascia territoriale nel sud del Libano che funga da fascia di sicurezza e contenimento, a protezione di tutta la Galilea da operazioni di bombardamento e azioni di infiltrazione armata da parte di Hezbollah.
Con l’aviazione ancora pienamente impegnata in azioni contro l’Iran, agire diversamente potrebbe essere molto rischioso, considerando anche fattori esogeni, come la particolare conformazione del terreno libanese in questa fase di fine inverno e l’indubbia fatica accumulata dai riservisti israeliani dopo quasi tre anni di combattimenti continui. È indubbio, però, che la fine del conflitto con l’Iran sarà per lo Stato ebraico inscindibile dalla risoluzione del dossier libanese. Israele non può permettersi di lasciar morire la Galilea anche solamente a causa della mera esistenza fisica di Hezbollah, diventato negli ultimi cinque anni, già molto prima del 7 ottobre, arbitro ultimo e definitivo dell’esistenza e della sicurezza dei kibbutzim, moshavim e centri abitati del nord del Paese.
Con l’aviazione pienamente concentrata sul teatro operativo libanese dopo la fine della campagna aerea sui cieli dell’Iran e con le forze di terra pienamente operative, una massiccia invasione del Libano sino a Beirut e anche oltre verso la valle della Bekaa diventerà probabilmente inevitabile per estirpare una volta per tutte Hezbollah dal suolo libanese, anche se questo potrebbe risvegliare nella memoria collettiva israeliana i ricordi dolorosi dell’Operazione Pace in Galilea del 1982.
Del resto, soluzioni territorialmente limitate come la creazione di una mini-fascia di sicurezza nel sud del Libano si sono rivelate non solo di scarsa attuabilità operativa, ma anche strategicamente controproducenti nel lungo periodo, in quanto si limitano esclusivamente a spostare sempre avanti la risoluzione del problema, caricando su Israele tutti i pesi materiali e politici della gestione di un conflitto a bassa intensità già visto durante gli anni Novanta del secolo scorso, assolvendo il governo libanese da qualsiasi responsabilità nella gestione della sicurezza nel proprio territorio.
Se il Libano è di fatto uno Stato fallito dal 1975, almeno lo si riconosca ufficialmente davanti alla comunità internazionale nel modo più soddisfacente possibile per gli interessi strategici di Israele, che, alle prese con un conflitto esistenziale con l’asse sciita, non può esimersi dal cercare di risolvere l’eterna ipoteca sulla sicurezza del proprio confine settentrionale, costituito dal Libano. Non solo nell’interesse di Gerusalemme, ma anche in quello di tutti i Paesi della regione.
Il Libano, lo Stato fallito che decide la guerra di Israele