Quando l’aereo proveniente da Parigi atterrò a Mehrabad, la rivoluzione era già avvenuta nella testa di milioni di iraniani. Il 1° febbraio 1979 Ruhollah Khomeini rientrava in patria dopo anni di esilio e Teheran assistette al crescere di una marea umana: strade, tetti, cavalcavia, un’unica massa compatta che accompagnò il suo passaggio fino al cimitero di Behesht-e Zahra, dove riposavano i morti delle proteste contro lo Shah. Più che di un’accoglienza, bisognerebbe parlare di una vera e propria consacrazione.
Il regime monarchico era crollato di fatto due settimane prima, con la fuga dello Shah. Il governo di Shapour Bakhtiar tentava disperatamente di tenere in piedi una parvenza di legalità, arrivando perfino a chiudere gli aeroporti per impedire il ritorno dell’Imam. La mossa ottenne però l’effetto contrario a quello desiderato tanto che seguirono molte altre manifestazioni, vennero contati altri morti, e alla fine ci fu la resa. Quando gli scali riaprirono, Khomeini arrivò circondato da fedelissimi e giornalisti stranieri, una protezione politica oltre che simbolica. Alla domanda su cosa provasse tornando in Iran, rispose con una parola sola glaciale: “Niente”. Un distacco crudele che molti lessero come ascesi spirituale, altri come annuncio di potere.
A colpire, col senno di poi, è l’ampiezza del consenso che lo circondò. Khomeini fu accolto come un contenitore vuoto in cui ognuno riversò le proprie speranze. I liberali religiosi e i nazionalisti lo immaginarono come una figura di transizione, il padre severo ma temporaneo che avrebbe chiuso l’era dello scià per poi lasciare spazio a un Iran costituzionale. La nomina di Mehdi Bazargan a capo del governo provvisorio rafforzò questa illusione, e cioè che l’idea che la rivoluzione stesse entrando in una fase di normalizzazione.
Il mondo intellettuale, provato da anni di censura e repressione, visse quel momento come una liberazione assoluta. Scrittori, professori, artisti respirarono la fine della paura e scambiarono l’energia della piazza per una promessa di pluralismo. Anche osservatori occidentali, affascinati dall’inedita fusione di religione e mobilitazione popolare, lessero in quella folla una via alternativa alla modernità politica, proiettando sull’Iran desideri e fantasie più che analisi.
La sinistra, frammentata ma pur sempre influente, sospese spesso il giudizio e l’anti-imperialismo funzionò da collante. L’ayatollah era colui che aveva osato sfidare l’Occidente e rovesciare un alleato degli Stati Uniti. Molti pensarono che l’islam politico fosse una pelle provvisoria, utile a mobilitare le masse, destinata a essere superata “dopo”, quando sarebbe arrivato il tempo della vera lotta sociale. Alcune forze arrivarono persino a sostenere l’idea della repubblica islamica come tappa necessaria. Fu un abbraccio che si rivelò letale.
Eppure, già quel giorno, tutto era detto. Al cimitero Khomeini non parlò come un garante super partes, ma come un sovrano che prende il posto di un altro. Delegittimò il governo in carica, annunciò che sarebbe stato lui a nominare il nuovo esecutivo, rivendicò una legittimità che non passava da elezioni o procedure, ma dalla piazza e da Dio. Non era folclore rivoluzionario: era la struttura del futuro regime.
Il dramma di chi lo accolse a braccia aperte non fu tanto l’inganno, quanto – e questo è molto peggio – l’autoinganno. La convinzione che la religione fosse solo carburante e non architettura di potere, che l’Imam potesse essere guidato, moderato, e magari anche utilizzato alle proprie mire. In realtà accadde esattamente l’opposto: fu lui a usare politici e intellettuali, a svuotarli di funzione e poi a metterli in riga. L’euforia durò pochi giorni. Poi la rivoluzione smise di essere una coalizione e divenne una presa di possesso. E molti di quelli che avevano applaudito scoprirono di aver scambiato un liberatore per un amministratore, e di aver invece salutato un dittatore spirituale e politico, un mostro che li avrebbe fatti vivere per decenni in uno Stato di soggezione e violenza.
Il giorno in cui l’Iran si consegnò all’Imam
Il giorno in cui l’Iran si consegnò all’Imam

