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⌥ Il giorno degli smemorati

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C’è un momento, ogni anno, in cui gli smemorati escono allo scoperto. Non quelli che dimenticano dove hanno messo le chiavi o come si chiamava il compagno di banco delle elementari, ma quelli che fingono di non sapere cos’è stato, davvero, il Novecento. Il 27 gennaio, da qualche tempo, è diventato il loro palcoscenico preferito. Il Giorno della Memoria, anziché restare ciò che è – una data sobria, dura, non negoziabile – viene assediato, piegato, occupato. Quest’anno più del solito.

Le iniziative propal si moltiplicano in tutta Italia con una precisione che non ha nulla di casuale. Mostre, assemblee, “letture alternative”, interventi nelle scuole, appelli pubblici che iniziano con Auschwitz e finiscono, invariabilmente, a Gaza. Il meccanismo è sempre lo stesso, rodato, quasi pigro nella sua ripetitività: si prende la Shoah, la si svuota del suo significato storico, la si riduce a metafora, la si piega fino a farla diventare una clava contro Israele e, per estensione, contro gli ebrei di oggi. Dire che non ce lo aspettavamo sarebbe una bugia. Eppure, anche sapendo come va a finire, la nausea resta.

La Shoah è trattata come un bene comune da requisire, il lessico dell’Olocausto saccheggiato e riscritto in chiave militante, con la complicità di pezzi della politica e dell’associazionismo che dovrebbero, per statuto e per decenza, stare da tutt’altra parte. Badate bene che non è un inciampo, né una sbavatura ma un vero e proprio progetto culturale, e come tutti i progetti ha i suoi slogan, i suoi testimonial, i suoi riti.

Colpisce, come sempre, l’aria da missione morale. Loro non “negano”, ci tengono a precisare. Loro “ricontestualizzano”. Loro “allargano lo sguardo”. Peccato che questo allargamento funzioni sempre in una sola direzione e che, guarda caso, finisca per relativizzare proprio l’unico genocidio che avrebbe bisogno di meno parole e di più silenzio. La Shoah diventa così una tappa, un esempio fra tanti, una moneta simbolica da spendere nella polemica del giorno. E se qualcuno osa ricordare che no, non è la stessa cosa, che no, non tutto è comparabile, scatta l’accusa di censura, di insensibilità, di complicità.

Il punto, però, è un altro e fa ancora più male. Questa operazione non nasce dall’ignoranza, ma da una scelta. Si sa benissimo cosa si sta facendo. Si sa che il 27 gennaio è l’unico giorno in cui gli ebrei non dovrebbero doversi difendere, spiegare, giustificare. Ed è proprio per questo che viene preso di mira. È una forma di violenza simbolica raffinata, presentabile, spesso applaudita. Un antisemitismo che non si sporca le mani, che ama definirsi critico, etico, universale, ma che alla fine chiede sempre la stessa cosa: sparite, o almeno tacete.

Il Giorno della Memoria dovrebbe essere un argine. Invece, sempre più spesso, diventa una passerella per chi della memoria non sa che farsene, se non come strumento di lotta politica. Il giorno degli smemorati, appunto. E la cosa più amara è che, mentre loro occupano, distorcono e riscrivono, a molti va bene così. Purché non disturbi troppo. Purché non costringa a scegliere. Purché, soprattutto, non obblighi a ricordare davvero.


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