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Il fronte del Litani che Israele non può ignorare

La pressione militare sull’Iran assorbe uomini, aerei e intelligence. Hezbollah torna a colpire nel Libano meridionale, costringendo Israele a una difficile scelta strategica tra due fronti

Paolo Montesi

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Il fronte del Litani che Israele non può ignorare

Nel Libano meridionale la guerra non si è mai davvero fermata, tuttavia nelle ultime settimane il ritmo degli attacchi contro le forze israeliane schierate lungo la linea di confine ha assunto una forma diversa e più insidiosa, perché Hezbollah ha progressivamente ricostruito una presenza operativa nell’area compresa tra il fiume Litani e i villaggi che guardano verso la Galilea, sfruttando una finestra strategica aperta dall’attenzione militare israeliana concentrata soprattutto sul teatro iraniano. La campagna contro Teheran, che richiede un impegno continuo di intelligence e una forte presenza dell’aviazione, ha inevitabilmente ridotto la rapidità con cui Israele riesce a individuare e neutralizzare le cellule operative del movimento sciita nel sud del Libano.

La dinamica è diventata evidente sul terreno. Piccoli gruppi della forza Radwan, l’unità d’élite di Hezbollah addestrata per operazioni offensive contro Israele, hanno ripreso a muoversi nell’area che si trova a pochi chilometri dal confine, spesso mimetizzandosi tra le abitazioni dei villaggi o sfruttando la morfologia collinare per osservare i movimenti delle unità israeliane dispiegate in posizione avanzata. L’ingresso delle forze israeliane in alcune aree del territorio libanese, avvenuto con l’obiettivo di impedire infiltrazioni e attacchi contro le comunità del nord di Israele, ha paradossalmente ridotto la distanza tra i soldati e i sistemi d’arma a corto raggio di Hezbollah, che dispone ancora di un ampio arsenale di missili anticarro e mortai.

Secondo valutazioni diffuse negli ambienti militari israeliani, l’organizzazione sciita conserva circa un quinto della propria capacità militare originaria, il che significa comunque decine di migliaia di razzi e missili, in gran parte a corto raggio, ai quali si aggiungono centinaia di sistemi di precisione capaci di colpire infrastrutture sensibili nel cuore di Israele. Accanto a questo arsenale rimangono operative migliaia di armi anticarro, compresi i missili Almas di produzione iraniana, una versione derivata dai sistemi guidati israeliani Gil, che possono essere lanciati da postazioni nascoste e guidati otticamente fino al bersaglio anche di notte.

L’elemento che oggi rende la situazione più delicata riguarda la capacità di Hezbollah di individuare i movimenti israeliani attraverso una rete di osservazione che combina presenza sul terreno, droni e sensori elettronici. Le forze Radwan hanno imparato a sfruttare i segnali prodotti dalle unità militari in movimento, dai convogli logistici e dalle postazioni difensive improvvisate, individuando i punti vulnerabili dove concentrare attacchi mirati con missili anticarro. In diversi episodi registrati negli ultimi mesi, questi attacchi sono stati condotti da distanze relativamente brevi, spesso inferiori ai cinque chilometri, un raggio che rende complicata una risposta immediata quando le informazioni di intelligence non arrivano con sufficiente rapidità.

L’esercito libanese, formalmente responsabile della sicurezza nell’area a sud del Litani secondo la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, continua a dimostrare una capacità limitata di impedire l’infiltrazione delle cellule di Hezbollah, che si muovono attraverso percorsi secondari o sfruttano reti locali di sostegno. In alcune circostanze i militari libanesi hanno bloccato gruppi armati che tentavano di attraversare il fiume in modo visibile, tuttavia molte altre unità sono riuscite a spostarsi attraverso itinerari meno controllati, ricostruendo gradualmente una presenza operativa nelle zone da cui l’organizzazione era stata allontanata negli anni scorsi.

Israele si trova quindi davanti a un problema strategico che riguarda la distribuzione delle proprie risorse militari. La campagna contro l’Iran richiede una concentrazione di capacità tecnologiche, velivoli e analisti di intelligence che non può essere ridotta senza indebolire l’operazione principale. Al tempo stesso la crescita dell’attività di Hezbollah lungo il Litani obbliga lo Stato ebraico a rafforzare il monitoraggio e a ripristinare una copertura aerea più intensa sopra il Libano meridionale, con il risultato inevitabile di sottrarre mezzi al fronte iraniano.

La prospettiva di una nuova manovra terrestre nel sud del Libano rimane sul tavolo delle opzioni militari, soprattutto se Hezbollah dovesse consolidare la propria presenza nelle aree comprese tra il Litani e il fiume Awali, dove si trovano diversi centri di lancio e infrastrutture logistiche. Una decisione di questo tipo dipenderà tuttavia dall’evoluzione del confronto con l’Iran, perché la leadership israeliana sa che aprire contemporaneamente due operazioni su larga scala comporterebbe rischi operativi e politici difficili da gestire.

Nel frattempo il Libano continua a pagare un prezzo crescente per questa guerra a bassa intensità. Più di mezzo milione di civili ha lasciato le regioni meridionali e i quartieri sciiti della periferia di Beirut, mentre l’economia del paese, già fragile da anni, fatica a sostenere una nuova fase di instabilità. Anche all’interno della comunità sciita emergono segnali di stanchezza verso una strategia che espone il paese a una spirale di distruzione senza offrire una prospettiva chiara. Hezbollah, tuttavia, continua a considerare il fronte meridionale uno strumento decisivo nella propria competizione con Israele, e finché l’organizzazione manterrà la capacità di colpire lungo il confine, la guerra del Litani resterà una partita aperta che nessuno dei due contendenti può permettersi di trascurare.


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