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Il figlio nell’ombra che può ereditare la Repubblica islamica

Mostafa Khamenei, per anni figura silenziosa dentro il sistema del padre, emerge come il candidato più probabile alla guida dell’Iran dopo la morte di Ali Khamenei

Paolo Montesi

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Il figlio nell’ombra che può ereditare la Repubblica islamica

La successione al vertice della Repubblica islamica entra in una fase decisiva mentre all’interno del sistema di potere iraniano prende forma una figura che fino a oggi ha operato quasi sempre dietro le quinte. Mostafa Khamenei, secondogenito della Guida Suprema Ali Khamenei uccisa nell’attacco congiunto condotto da Israele e Stati Uniti, viene indicato da diverse fonti come il candidato più forte per assumere la leadership del Paese, anche se la sua ascesa solleva interrogativi che riguardano sia la struttura stessa del regime sia gli equilibri interni tra le sue istituzioni più influenti.

Il nome di Mostafa circola da anni negli ambienti politici di Teheran, tuttavia la prospettiva di una successione dinastica sembrava fino a poco tempo fa difficile da immaginare per un sistema nato nel 1979 proprio dal rovesciamento della monarchia dello scià Mohammad Reza Pahlavi. Il paradosso appare evidente e attraversa il dibattito interno tra religiosi, apparati di sicurezza e gruppi politici fedeli alla Repubblica islamica, perché il trasferimento del potere da padre a figlio rischia di apparire come una trasformazione implicita del sistema ideato da Ruhollah Khomeini. Nonostante questa contraddizione, diversi osservatori ritengono che la macchina del regime abbia già iniziato a muoversi in quella direzione.

Secondo informazioni diffuse da Iran International e riprese da analisti citati dal New York Times, il nome di Mostafa sarebbe emerso come il principale candidato durante una riunione dell’Assemblea degli Esperti, l’organo religioso incaricato di scegliere la Guida Suprema. Il Consiglio avrebbe discusso la possibilità di rendere pubblica la decisione in tempi rapidi, tuttavia alcune resistenze interne avrebbero suggerito prudenza poiché un annuncio immediato potrebbe trasformare il candidato designato in un bersaglio politico e militare in una fase di forte instabilità regionale.

Il peso delle Guardie Rivoluzionarie appare determinante in questo passaggio. Molti analisti considerano l’apparato militare e di sicurezza come il vero arbitro della successione e vedono proprio in Mostafa Khamenei una figura capace di garantire continuità nei rapporti tra il vertice religioso e il sistema armato che negli ultimi decenni ha consolidato la propria influenza dentro e fuori l’Iran. Danny Sitrinowicz, ricercatore dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, interpreta la possibile scelta in questa chiave e ritiene che la candidatura di Mostafa rifletta la volontà delle Guardie Rivoluzionarie di mantenere una linea politica rigida e coerente con quella seguita finora dal regime.

La biografia del possibile successore spiega in parte questo rapporto. Nato a Mashhad cinquantasei anni fa, Mostafa Khamenei ha trascorso gran parte della sua formazione religiosa nella città santa di Qom, dove si concentra il cuore della cultura sciita iraniana. La sua presenza nella vita pubblica è stata sempre discreta, tuttavia numerose fonti interne lo indicano come uno degli uomini più influenti nell’ufficio del padre. Durante le proteste del 2009, esplose dopo le contestate elezioni presidenziali, il suo nome comparve tra coloro che coordinavano i contatti tra la Guida Suprema, i Basij e le Guardie Rivoluzionarie nel momento in cui il regime decise di reprimere le manifestazioni.

Gli Stati Uniti inserirono Mostafa Khamenei nella lista delle persone sanzionate nel 2019, sostenendo che avesse partecipato direttamente alla gestione della repressione interna e al sostegno delle operazioni regionali della Repubblica islamica. L’amministrazione americana descrisse il suo ruolo come quello di un intermediario centrale tra la leadership religiosa e i vertici militari impegnati nelle strategie iraniane in Medio Oriente.

Resta tuttavia difficile stabilire quale orientamento politico possa emergere qualora assumesse davvero la guida del Paese, poiché Mostafa ha evitato per anni apparizioni pubbliche e interventi ideologici che permettano di delineare una posizione autonoma. Alcuni ambienti vicini al regime sostengono che potrebbe rivelarsi una figura più pragmatica di quanto suggeriscano le analisi occidentali, mentre altri osservatori ritengono che la sua carriera politica dipenda proprio dalla fedeltà alle componenti più dure dell’apparato statale.

L’Iran entra dunque in una fase delicata in cui la successione alla Guida Suprema diventa il nodo centrale della stabilità interna. L’emergere di Mostafa Khamenei come candidato principale segnala quanto il sistema costruito negli ultimi quarant’anni resti fortemente legato agli equilibri tra potere religioso, apparati militari e reti familiari che si sono consolidate all’interno del regime. Nei prossimi mesi diventerà chiaro se questo equilibrio riuscirà a mantenersi oppure se l’Iran dovrà affrontare una transizione più turbolenta di quanto oggi appaia.


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