La musica dovrebbe unire i popoli. Almeno così si dice ogni anno quando arriva l’Eurovision, il grande spettacolo continentale dove le nazioni si sfidano a colpi di ritornelli, luci stroboscopiche e coreografie improbabili. Un inno all’armonia europea, si ripete con convinzione. Poi però arriva la realtà e l’armonia prende una piega curiosa.
Quest’anno, mentre la competizione ufficiale si terrà a Vienna, a Bruxelles qualcuno ha deciso che non basta cantare. Bisogna anche fare un bel processo ad Israele. Così nasce l’Eurovision alternativo, un evento musicale organizzato per protestare contro la presenza dello Stato ebraico al concorso ufficiale. Il titolo è già un programma: “Uniti per la Palestina”. Cantanti che hanno partecipato all’Eurovision, artisti militanti, dichiarazioni solenni sul fatto che non si vuole “dare spazio al genocidio”.
È una scena quasi irresistibile. L’Europa che da decenni trasforma ogni cosa in palcoscenico morale ora ha deciso di farlo alla lettera, con tanto di microfoni, amplificatori e un festival parallelo. Non basta più criticare Israele nei talk show o nelle università. Bisogna anche riscrivere il palinsesto musicale.
La cosa più interessante non è neppure la protesta in sé, che ormai fa parte del paesaggio culturale europeo come le biciclette e i mercatini biologici. La cosa interessante è la selettività. L’Eurovision ha visto sul palco paesi di ogni genere, democrazie fragili, governi discutibili, leadership autoritarie. Ma il festival alternativo nasce solo quando sul palco sale Israele.Per il resto del mondo, silenzio musicale.
Così il continente che si racconta come patria della tolleranza inventa il primo festival della canzone costruito per escludere qualcuno. Una sorta di karaoke politico dove il messaggio è semplice: puoi cantare, purché non tu sia israeliano.
In fondo è coerente con il clima culturale degli ultimi anni. L’Europa ama presentarsi come capitale dei diritti universali, ma quando si tratta di Israele scopre improvvisamente il gusto antico del boicottaggio. Non nei porti, come un tempo. Sul palco, sotto i riflettori, tra una ballata e un ritornello.
E così, mentre a Vienna qualcuno canterà davvero, a Bruxelles si terrà il primo festival della canzone dedicato non alla musica ma all’indignazione, diventata anche questa un genere musicale europeo.
Il festival parallelo
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