Un cantiere di Bat Yam. Un lavoratore palestinese irregolare. E accanto, tradotto in arabo, Mein Kampf con il volto del diavolo in copertina. Non è un simbolo ambiguo, né un reperto storico, né tanto meno una provocazione colta. E’ fedeltà ideologica.
Per anni ci hanno raccontato che l’antisemitismo in Medio Oriente fosse solo una reazione, una rabbia politica e una, per quanto sgradevole, conseguenza del conflitto. Poi salta fuori il manuale dell’Olocausto, studiato, sottolineato, venerato, custodito gelosamente, tramandato da padre in figlio. Sempre lo stesso libro e sempre lo stesso volto, quello del diavolo.
Il problema non è il singolo arrestato ma l’ipocrisia di un Occidente che continua a fingere di non vedere il filo diretto tra l’odio antiebraico europeo del Novecento e quello islamista di oggi. Hitler non è un incidente ma un riferimento. E quando il riferimento circola liberamente, il resto non dovrebbe più sorprenderci.
Il diavolo in copertina
Il diavolo in copertina
/span>

