Lo stato d’animo mi induce ad aprirmi davanti ai miei lettori e raccontare il mio retroscena, in parte personale, in parte del gruppo al quale appartengo. Il seguente scritto fa da prologo a un ciclo dedicato agli ebrei rumeni, facendo io parte di questa comunità, della quale, però , non si sa moltissimo.
Prima della seconda guerra mondiale l’ebraismo rumeno (di Muntenia, Moldavia e Transilvania) contava circa 900.000 anime. Il decennio che seguì dal 1939 al 1949 fu segnato da una serie di eventi tali da meritare diversi libri, quindi è ovvio che ciò non è affrontabile qui.
La prima metà del’900 vide il territorio della Romania cambiare dimensioni a ripetizione, a volte con la superficie in aumento e altre volte in riduzione. Di conseguenza gli ebrei si spostarono liberamente da una parte all’altra del paese. I continui cambiamenti riunivano e dividevano le numerose famiglie ebraiche, tra le quali anche la nostra.
Comunque, un minimo di excursus storico è necessario, altrimenti il lettore farà fatica a seguire. La Bessarabia è un territorio adiacente a est della Romania; oggi è una nazione indipendente con il nome di Moldova. Negli sconvolgimenti che seguirono la rivoluzione bolscevica del 1917, ci fu una guerra civile in Russia, guerra che durò un paio d’anni tra l’esercito bianco dei menscevichi e l’Armata Rossa dei bolscevichi. La Romania inviò un contingente a fianco dei bianchi. I rossi alla fine prevalsero, ma la Romania poté annettere la Bessarabia che era un territorio di lingua rumena. I rumeni furono costretti a cederla all’URSS nel mese di giugno del 1940 dietro pressioni tedesche, dato che tra la Germania e l’URSS in quel momento era in vigore il patto Ribbentrop-Molotov firmato a fine agosto del 1939. Il ritorno della Bessarabia alla Russia comunista divise la nostra famiglia, i cugini di mia madre si trovavano a Cahul, a un’ora e mezzo di treno dalla nostra città Galatsi (Galaṭi), ma separati dal confine. Per orientare il lettore, ci si trova nei pressi del delta del Danubio.
Nel mese di giugno del 1941 i cugini invitarono la diciassettenne Eva, mia futura madre, a passare le vacanze da loro, oltre confine. L’intenzione era di ricambiare la cortesia, essendo stati a loro volta ospiti presso la nostra famiglia. Mia madre, eccitata, acquistò il biglietto del treno e preparò la valigia, pronta per partire. Tutto sembrava tranquillo, ma tre giorni prima della partenza suo padre Isacco, in seguito mio nonno, cambiò idea. Occorre contestualizzare e capire il modo di pensare di un genitore a quei tempi.” Senza i genitori la ragazza non va da nessuna parte” sentenziò. Mia madre strepitò, pianse, decisa di partire costi quel che costi. Mio nonno la trascinò nella sua stanza, la chiuse dentro e portò via la chiave. Alla fine non partì e pur in lacrime, rimase a casa.
A tutta apparenza è un episodio di famiglia privo di grande significato. Ma in quel periodo piccoli episodi si inseriscono in momenti storici drammatici. Siamo a giugno del 1941, e una settimana dopo la mancata partenza, precisamente il 22 del mese, la Germania di Hitler ruppe il patto Ribbentrop-Molotov e invase l’URSS, Bessarabia compresa. Gli ebrei del territorio furono sterminati senza pietà. Della famiglia dei cugini non si è mai più saputo nulla. Se mia madre Eva fosse partita, queste righe non sarebbero mai state scritte.
Fu nonno Isacco con la sua cocciutaggine a salvare la vita di sua figlia e a fare sì che un altro ramo della nostra famiglia venisse al mondo. Forse fu destino, ma, con l’avanzare dell’età ho cambiato idea e oggi vedo in ciò un intervento divino.
Il destino ha voluto che nascessi
Il destino ha voluto che nascessi

