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Il destino dei Curdi nella “nuova Siria”

Hanno combattuto l’ISIS, oggi abbandonati dagli USA, dovranno combattere ancora per la loro sopravvivenza.

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 6 min


Negli ultimi mesi nel nord-est della Siria si sta consumando una trasformazione profonda che chiude una delle parentesi più singolari nate dalla guerra civile. Per oltre dieci anni quella regione era stata qualcosa di diverso dal resto del Paese. Non uno Stato e nemmeno una vera entità riconosciuta, ma una zona governata di fatto da forze locali a guida curda che avevano costruito un sistema amministrativo, militare e sociale proprio. Era il risultato diretto del collasso dello Stato siriano dopo il 2011 e della lunga guerra contro lo Stato Islamico.

In quel vuoto di potere i curdi avevano organizzato un’amministrazione autonoma che, con tutti i suoi limiti, aveva garantito un livello di ordine sconosciuto ad altre parti della Siria. Le città del nord-est avevano visto nascere consigli civili, forze di sicurezza locali, scuole che insegnavano anche in lingua curda, tribunali e una gestione diretta delle risorse. Quel modello si era consolidato soprattutto durante gli anni della guerra all’Isis, quando le Forze Democratiche Siriane erano diventate il principale alleato degli Stati Uniti sul terreno. La vittoria militare contro il Califfato aveva dato ai curdi un peso politico enorme, ma non una protezione definitiva.

Col passare del tempo quel sistema ha iniziato a mostrare tutta la sua fragilità. L’autonomia dipendeva in larga parte dalla presenza americana e dall’impossibilità per Damasco di riprendere il controllo del territorio. Quando il quadro internazionale è cambiato, quella protezione si è assottigliata. Gli Stati Uniti hanno progressivamente ridotto il loro coinvolgimento diretto, concentrandosi su altri dossier e lasciando intendere che il sostegno ai curdi non sarebbe stato illimitato né eterno. Allo stesso tempo il governo centrale siriano ha recuperato forza, appoggi regionali e spazio diplomatico.

La nuova leadership a Damasco ha impostato una strategia chiara: riportare sotto controllo statale tutte le aree rimaste fuori dall’autorità centrale. Il nord-est rappresentava l’ultimo grande tassello mancante. L’avanzata delle truppe governative è stata graduale ma decisa, accompagnata da negoziati, pressioni politiche e messaggi chiari alle leadership curde. Sul terreno, in molte aree, le forze locali hanno scelto di arretrare piuttosto che affrontare uno scontro diretto che avrebbe avuto esiti disastrosi.

Nel giro di poche settimane la mappa del nord-est è cambiata. Città, strade principali, valichi e infrastrutture strategiche sono tornati sotto il controllo di Damasco. La presenza dello Stato è diventata visibile con il ritorno delle forze di sicurezza centrali e di una nuova catena di comando. L’esperienza di autogoverno curdo si è ridotta drasticamente, perdendo il controllo territoriale che ne era stato il fondamento.

Il governo siriano ha presentato questa fase come l’inizio di una ricomposizione nazionale dopo anni di frammentazione. Il messaggio è stato quello dell’unità e della fine delle zone autonome. Ai curdi è stato proposto un percorso di integrazione nelle strutture statali, sia civili sia militari, con promesse di riconoscimento culturale e di diritti linguistici. Sul piano politico, però, il margine concesso appare limitato e privo di garanzie solide sul lungo periodo.

Per le leadership curde si è aperto un momento di scelta forzata. Dopo anni di gestione autonoma, di sacrifici militari e di costruzione istituzionale, la possibilità di resistere appare ridotta. Un confronto armato diretto con Damasco significherebbe affrontare una guerra asimmetrica senza il sostegno esterno che in passato aveva fatto la differenza. La strada del negoziato consente di guadagnare tempo e forse di preservare alcuni elementi identitari, ma comporta la rinuncia a gran parte del potere conquistato.

Sul piano umano e sociale le conseguenze sono evidenti. La popolazione civile vive una fase di incertezza profonda. In molte aree si registrano spostamenti di famiglie che temono rappresaglie o semplicemente un peggioramento della sicurezza. Il ritorno dell’autorità centrale porta con sé aspettative contrastanti: c’è chi spera in una normalizzazione e chi teme arresti, repressioni e la cancellazione delle conquiste ottenute negli anni dell’autonomia.

A rendere il quadro ancora più fragile c’è il rischio legato alla sicurezza. Il nord-est della Siria ospita campi e strutture dove per anni sono stati detenuti migliaia di ex combattenti e familiari legati allo Stato Islamico. La gestione di questi luoghi era uno dei pilastri del controllo curdo. La transizione di potere apre interrogativi seri sulla capacità di mantenere il controllo e impedire fughe o riorganizzazioni jihadiste in una fase di instabilità.

La dimensione regionale pesa in modo decisivo. La Turchia ha sempre visto con ostilità l’autonomia curda in Siria, considerandola una minaccia diretta alla propria sicurezza. La riduzione del potere delle forze curde viene accolta favorevolmente da Ankara, che da tempo chiede lo scioglimento delle milizie e la fine di ogni struttura autonoma lungo il suo confine meridionale. Anche altri attori regionali osservano con attenzione la ricentralizzazione del potere siriano, valutando come questa possa ridisegnare gli equilibri nel Levante.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, sembrano aver scelto una linea più pragmatica. Dopo anni di cooperazione militare con i curdi, Washington ha spostato l’attenzione sulla stabilità complessiva della Siria e sulla gestione del rischio terroristico residuo. Questo cambio di priorità ha lasciato le forze curde in una posizione molto più esposta, prive di una copertura politica forte sul piano internazionale.

Quello che sta accadendo segna la fine di una stagione. Il progetto di autonomia curda nato dalla guerra civile e dalla lotta allo Stato Islamico si avvia alla conclusione senza una vera consacrazione politica. Resta aperta la questione di come i curdi verranno integrati nel nuovo assetto siriano e quale spazio avranno nel futuro del Paese. La Siria entra in una fase diversa, meno frammentata sul piano territoriale ma ancora carica di tensioni irrisolte.

Il nord-est non è più il laboratorio politico e militare che era stato negli anni del conflitto. È tornato al centro di un sistema di potere che cerca di ricomporsi dopo una guerra devastante. Per le comunità curde questo passaggio rappresenta una perdita netta di autonomia e un ritorno a una condizione di incertezza. Il conflitto armato può anche rallentare, ma le fratture politiche e identitarie restano aperte e continueranno a pesare sul futuro della Siria ancora a lungo.ano

. Hezbollah non molla, Israele nemmeno.
Il destino dei Curdi nella “nuova Siria”

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