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Il cuore del sistema iraniano colpito a Teheran

Con la morte di Ali Larijani, l’Iran perde il regista del potere che teneva insieme politica, esercito e diplomazia

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 4 min
Il cuore del sistema iraniano colpito a Teheran

È stato ucciso anche Ali Larijani. Per decenni, uno degli uomini più potenti dell’Iran, probabilmente uno dei pochi di cui Khamenei si fidava davvero, capace di tenere in piedi il regime se fosse successo qualcosa al leader. Lo ha annunciato il ministro della Difesa israeliano: un raid aereo a Teheran l’ha colpito insieme al comandante della milizia Basij Gholam Reza Soleimani.

Larijani aveva 65 anni e una carriera politica che lo aveva portato ovunque: dal fronte della guerra Iran-Iraq, dove prestò servizio come giovane comandante, ai salotti della diplomazia internazionale, fino alle stanze del Parlamento e del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. Nato in Iraq, in una famiglia di ayatollah, è cresciuto circondato da potere e religione. Il padre di Larijani era un grande ayatollah. Anche il fratello, Sadeq Ardeshir Larijani, ha raggiunto il rango di ayatollah, pur intraprendendo una carriera politica, e ha diretto il sistema giudiziario iraniano tra il 2009 e il 2019. Un altro fratello, Mohammad-Javad Larijani, è una figura di spicco nella politica estera e ha ricoperto il ruolo di consigliere del defunto ayatollah Khamenei.

Larijani non era un religioso, ma un politico pragmatico, capace di combinare le armi della teocrazia con la diplomazia internazionale. Ha studiato informatica, matematica e filosofia occidentale, conseguendo un dottorato su Kant. Ha fatto della propaganda uno strumento politico, dirigendo l’emittente statale IRIB e supervisionando programmi che bollavano come traditori dell’Occidente intellettuali critici del regime, consolidando progressivamente il suo potere all’interno del sistema politico iraniano.

Ha tentato la presidenza più volte, senza successo: nel 2005, 2021 e di nuovo nel 2024 il Consiglio dei Guardiani lo ha escluso, ufficialmente senza spiegazioni, probabilmente per spianare la strada a candidati più vicini al regime. Suo fratello Sadeq ha denunciato le false informazioni diffuse per giustificare l’esclusione, mentre Larijani continuava a ricoprire incarichi chiave: presidente del Parlamento per 12 anni, capo negoziatore sul nucleare, supervisore di accordi strategici con la Cina per centinaia di miliardi di dollari.

Un mese fa, alla morte di Khamenei, Larijani ha assunto un ruolo centrale nella sicurezza nazionale. Ha invocato articoli costituzionali per guidare il cosiddetto “Gabinetto di Guerra”, aggirando la lentezza del Consiglio di leadership temporaneo e concentrando su di sé poteri militari, politici e di sicurezza. Larijani dirigeva il comando militare e della sicurezza attraverso una potente struttura parallela. Questo ruolo lo rendeva il “creatore di re” (Taj-bakhsh, letteralmente “colui che dona la corona”); il nuovo leader della Repubblica islamica avrebbe dovuto agire in coordinamento con lui.

Pur duro e inflessibile, Larijani era pragmatico. Ha mantenuto contatti con Russia, Cina e perfino Stati Uniti, e negli ultimi mesi aveva guidato i negoziati sul nucleare e agito come inviato di Khamenei a Mosca. Allo stesso tempo, non ha mai nascosto il suo lato bellicoso: dopo un attacco a Teheran ha denunciato Israele e Stati Uniti, promettendo ritorsioni immediate. Eppure nella vita privata era più complicato: critico dell’Occidente, aveva una figlia negli Stati Uniti, da poco licenziata dall’Emory University di Atlanta come docente di oncologia dopo pressioni e proteste legate ai legami familiari con il regime iraniano; il suo profilo è stato rimosso dal sito dell’università. Aveva inoltre due nipoti tra Regno Unito e Canada, i classici aghazadeh, cioè i rampolli dell’élite politica e religiosa iraniana, cresciuti con privilegi e influenza diretta sul regime.

La sua morte è un colpo durissimo per la Repubblica islamica. Larijani non era solo un politico potente, era l’uomo che sapeva combinare esercito, politica, diplomazia e media. Uno che conosceva ogni angolo del sistema e che teneva insieme pezzi diversi del potere.
Senza di lui, Teheran perde non solo uno stratega, ma anche un punto di riferimento centrale per la sicurezza, la guerra e le relazioni internazionali. Un’altra “testa tagliata” – dopo quelle di Khamenei, Nasrallah, Haniyeh, Mousavi e Tabatabai… – l’ulteriore dimostrazione di quanto l’intelligence israeliana sia ormai penetrata nelle venature del regime e delle sue reti alleate, indebolendone le strutture e forse contribuendo a orientare la formazione della leadership del futuro regime change.


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