Non si tratta di una causa simbolica né di una mossa propagandistica. Quello delle duecentosettantatré vittime del terrorismo e familiari di persone assassinate hanno citato in giudizio l’Autorità palestinese davanti a un tribunale israeliano, chiedendo oltre 1,25 miliardi di shekel di risarcimenti vuole essere un vero e proprio atto giuridico pesante, costruito con numeri, nomi, ferite e conti bancari. Siamo di fronte a una delle azioni civili più rilevanti mai intentate contro Ramallah e si fonda su una legge recente, pensata per colpire il finanziamento del terrorismo non sul piano retorico ma su quello patrimoniale.
La norma è chiara: dieci milioni di shekel per ogni familiare di una persona uccisa in un attentato, cinque milioni per chi ha riportato un’invalidità permanente. I ricorrenti includono anche famiglie colpite dal massacro del 7 ottobre, e puntano il dito contro un sistema che da anni distribuisce stipendi e indennità a terroristi condannati e ai loro familiari. Il meccanismo è noto, documentato da report internazionali e da bilanci ufficiali palestinesi: più grave è l’attacco, più alto è il compenso. Un incentivo strutturale, non una deviazione.
Nell’atto di citazione, l’Autorità palestinese viene accusata di aver sostenuto, incoraggiato e premiato atti terroristici, contribuendo a perpetuare la violenza invece di contrastarla. Accanto a Ramallah compare anche Hamas, chiamata in causa per il suo ruolo diretto nella pianificazione e nell’esecuzione di attentati, inclusi quelli del 7 ottobre. Ma il cuore della causa resta politico oltre che giuridico: non si contesta solo chi spara o piazza una bomba, bensì chi crea le condizioni economiche perché farlo diventi una carriera.
L’avvocato Barak Kedem, che rappresenta i ricorrenti, parla apertamente di strategia. Il suo studio ha già avviato azioni per oltre 14 miliardi di shekel per conto di circa 2.800 vittime e ha ottenuto il sequestro di 4,5 miliardi di fondi palestinesi. L’obiettivo dichiarato è duplice: risarcire chi ha perso tutto e interrompere il flusso di denaro che alimenta il terrorismo. Non appelli morali, ma pignoramenti.
Sul piano politico, la causa mette in difficoltà la leadership di Mahmoud Abbas, che da anni chiede riconoscimento internazionale mentre continua a difendere il sistema dei cosiddetti “martiri”. Ogni volta che un governo occidentale chiude un occhio su questi pagamenti, lo fa in nome della stabilità. Ma la stabilità, qui, è costruita sulla ricompensa della violenza. La contraddizione è ormai difficile da sostenere, soprattutto dopo il 7 ottobre.
Non è un caso che iniziative simili si moltiplichino. Negli Stati Uniti e in Europa cresce l’attenzione legale sul tema del finanziamento indiretto del terrorismo, e diverse sentenze hanno già riconosciuto la responsabilità civile di enti e governi che sostengono gruppi armati. La differenza, in questo caso, è che il bersaglio non è un’organizzazione clandestina ma un’autorità che gode di fondi internazionali, relazioni diplomatiche e legittimazione politica.
Come è facile intuire, questa causa non fermerà da sola il terrorismo, introduce però un principio che a Ramallah si è sempre cercato di evitare: ogni attentato ha un costo, non solo umano ma anche economico, e qualcuno dovrà pagarlo. Per le vittime, è un passo verso il riconoscimento e per l’Autorità palestinese, un segnale che il tempo dell’impunità finanziaria potrebbe non essere infinito.
Il conto arriva a Ramallah
Il conto arriva a Ramallah

