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Il confine come prova di sovranità

Il confine come prova di sovranità

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min

Che i libanesi (o meglio, i loro leader) si siano finalmente svegliati dal lungo coma indotto da Hezbollah, ovverossia dall’Iran? La visita del primo ministro libanese Nawaf Salam nei villaggi del Sud, a ridosso della frontiera con Israele, è stata pensata come un gesto politico prima ancora che simbolico, perché portare il governo là dove per decenni lo Stato è stato debole o assente significa misurarsi con la questione che da sempre paralizza Beirut, cioè la capacità di esercitare un’autorità effettiva in territori dominati da attori armati non statali. Salam ha scelto Tayr Harfa, Yarine, Dhayra e Bint Jbeil, centri devastati da mesi di raid e scambi di fuoco, per dire che la presenza dello Stato non può ridursi a proclami, ma deve tradursi in sicurezza, servizi e ricostruzione.

Nel corso della visita, il premier ha parlato apertamente di “colpo alla nostra dignità” riferendosi agli attacchi quasi quotidiani dell’Israel Defense Forces, una formula che risponde a un’esigenza interna precisa, perché Salam governa un Paese in cui la frustrazione per l’impotenza dello Stato è diffusa e attraversa schieramenti diversi. Allo stesso tempo ha ribadito che le difficoltà non spingono il governo a fare un passo indietro, ma rafforzano la determinazione a superare ostacoli che non sono solo militari, bensì istituzionali e politici.

La missione nel Sud arriva dopo l’annuncio dell’esercito libanese di aver completato, a gennaio, la prima fase del piano di disarmo di Hezbollah a sud del fiume Litani, come previsto dall’accordo di cessate il fuoco del novembre 2024. Israele, però, continua a sostenere che il gruppo filo-iraniano resti radicato nell’area, giustificando così la prosecuzione delle operazioni militari. È in questo spazio grigio, tra impegni formali e realtà sul terreno, che Salam tenta di inserire la propria agenda, insistendo sul fatto che l’estensione dell’autorità statale non riguarda solo il dispiegamento dell’esercito, ma anche il ritorno di servizi pubblici minimi per comunità stremate.

Nei villaggi visitati, il premier ha parlato di una “vera catastrofe”, promettendo l’avvio di progetti immediati per ripristinare strade, reti idriche e comunicazioni, mentre a Bint Jbeil, davanti a rappresentanti politici locali compresi esponenti di Hezbollah e del movimento Amal, ha annunciato interventi concreti su oltre trenta chilometri di viabilità e sulle infrastrutture elettriche. Promesse che si intrecciano con la questione dei finanziamenti, perché la ricostruzione del Libano postbellico è stimata in circa undici miliardi di dollari e il governo conta anche sui fondi già approvati dalla World Bank, pari a 250 milioni, per avviare i primi cantieri.

Il contesto internazionale pesa quanto quello interno. Alla vigilia della visita di Salam, il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot era a Beirut per ribadire la linea di Parigi, secondo cui il Libano deve diventare uno Stato sovrano con il monopolio delle armi, dotando l’esercito dei mezzi necessari per sostituire anche la missione Onu quando il mandato scadrà entro l’anno. La Francia considera positiva la prima fase del disarmo e attende ora un piano dettagliato per la seconda, che dovrebbe estendersi fino al fiume Awali, più a nord, un passaggio che Hezbollah continua a rifiutare.

Sul fondo resta la guerra iniziata l’8 ottobre 2023, quando Hezbollah aprì il fronte settentrionale il giorno dopo l’attacco di Hamas in Israele, e culminata con l’offensiva israeliana del 2024 che ha colpito duramente il gruppo sciita, decapitandone parte della leadership. Salam si muove dentro questa eredità ingombrante, cercando di tenere insieme un messaggio di fermezza istituzionale e uno di rassicurazione sociale, consapevole che senza risultati tangibili le parole rischiano di restare sospese sopra le macerie. Il Sud del Libano, oggi, è il banco di prova di una sovranità che il Paese rivendica da anni, ma che deve ancora dimostrare di saper esercitare davvero.
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