Il rapporto tra Europa e Israele assomiglia sempre di più a una di quelle amicizie imbarazzate in cui uno dei due passa il tempo a criticare l’altro ma non rinuncia mai ai suoi favori. La scena è vista e rivista. Da una parte le capitali europee che convocano vertici, firmano appelli, chiedono spiegazioni, ammoniscono lo Stato ebraico con la solennità di chi crede di rappresentare la coscienza morale del pianeta. Dall’altra le stesse capitali che continuano a comprare sistemi antimissile, tecnologie di sicurezza, software di intelligence, droni e strumenti di difesa prodotti in Israele.
È una relazione curiosa. Israele sarebbe il problema politico, ma resta la soluzione tecnica.
Nel dibattito pubblico europeo si accumulano risoluzioni, indignazioni e richieste di embargo; negli uffici della difesa, invece, si firmano contratti. L’Europa può permettersi di rimproverare Israele perché sa che, quando si tratta di difendere aeroporti, centrali energetiche, reti digitali o città, la tecnologia israeliana è tra le poche che funzionano davvero. Così il continente che ama definirsi una “potenza normativa” si scopre improvvisamente cliente di una potenza militare.
La cosa più interessante non è l’ipocrisia, che in politica internazionale è merce comune. È il riflesso automatico con cui una parte dell’opinione pubblica europea continua a trattare Israele come un imputato permanente mentre gli stessi governi lo considerano un partner indispensabile per la sicurezza. Nel linguaggio pubblico Israele è il paese da mettere sotto processo; nei bilanci della difesa è il paese da cui comprare protezione.
Questa doppia contabilità racconta qualcosa di più profondo sulla condizione europea. Il continente che ha fatto della superiorità morale la propria bandiera si scopre sempre più fragile sul piano della sicurezza. Non ha un vero sistema di difesa comune, non possiede un’industria militare comparabile a quella americana e fatica persino a immaginare una strategia autonoma. Quando il mondo diventa improvvisamente pericoloso, l’Europa torna a fare ciò che ha sempre fatto: comprare sicurezza da qualcun altro.
Nel frattempo Israele resta quello che è sempre stato, un paese abituato a vivere in un ambiente ostile e quindi costretto a sviluppare tecnologie che altri preferirebbero non dover inventare. La differenza è che oggi quelle tecnologie finiscono sempre più spesso nei magazzini e nei sistemi di difesa europei.
Così il continente che passa le giornate a giudicare Israele finisce la sera per chiedergli aiuto.
Il cliente Israele
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