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Il cielo basso della Giudea e Samaria

Il contrabbando che vola, le falle che restano aperte e una minaccia che cresce lontano dai riflettori

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 3 min

Da settimane, lungo il confine meridionale di Israele, l’apparato di sicurezza sta inseguendo una realtà che ha cambiato forma e quota. Non più solo tunnel, passaggi terrestri o rotte classiche di contrabbando, ma un vero e proprio traffico aereo a bassa quota, affidato a droni di grandi dimensioni, capaci di trasportare carichi pesanti e di attraversare confini che sulla carta dovrebbero essere sorvegliati. È quello che alcuni ufficiali hanno già ribattezzato, senza ironia, un “treno aereo”, una catena logistica che parte dal confine egiziano, supera i controlli tradizionali e riversa armi in quantità industriali in Giudea e Samaria.

I numeri danno la misura del salto di qualità. Droni dal costo che può superare i centocinquantamila shekel, in grado di portare decine di chilogrammi di fucili, pistole e munizioni, volano sfruttando finestre temporali precise e rotte già sperimentate. L’IDF ne intercetta alcuni, ma chi lavora sul campo ammette che si tratta di successi isolati, insufficienti rispetto a un fenomeno che cresce e si adatta più velocemente delle contromisure.

Il vero nodo, però, non è solo il cielo. Le armi che riescono a entrare in Israele vengono poi convogliate verso la Giudea e Samaria passando dalla Seam Line, una zona grigia dove i controlli funzionano in modo asimmetrico. Chi entra in Israele dai territori palestinesi è sottoposto a verifiche rigorose, mentre il percorso inverso resta, di fatto, poco presidiato. È una falla strutturale che organizzazioni criminali e gruppi armati sfruttano per costruire una rete di distribuzione stabile, trasformando il contrabbando in una filiera.

Per rispondere a questa minaccia, è stata creata una task force congiunta che coinvolge esercito, polizia, Guardia di frontiera e Shin Bet. L’obiettivo è chiudere le rotte, ma finora l’impressione è che l’attenzione si sia concentrata più sulle singole violazioni che sul disegno complessivo. Intanto, sul terreno, la tensione sale. A Hebron, faide armate tra clan palestinesi stanno già producendo scontri che rischiano di travolgere anche la popolazione israeliana presente nell’area.

Il timore, esplicito, è che si possa ripetere uno schema già visto il 7 ottobre, con un primo attacco organizzato e una seconda ondata caotica, fatta di miliziani e saccheggiatori armati con armi arrivate proprio da questi canali. In uno scenario del genere, l’inondazione di fucili e pistole diventerebbe il moltiplicatore di una violenza difficile da contenere.

A rendere il quadro ancora più instabile c’è l’incognita politica. Il “giorno dopo” di Mahmoud Abbas incombe e, secondo le stime della sicurezza israeliana, le manovre per la successione sono già iniziate. Senza un accordo condiviso, il rischio è che le rivalità interne degenerino in scontri aperti tra coalizioni armate, alimentate proprio da quell’arsenale che oggi viaggia nei cieli.

La minaccia, infine, non si ferma a sud. Le stesse rotte dei droni attraversano anche il confine giordano, ampliando il raggio del problema e rendendo evidente che non si tratta di un’emergenza locale, ma di una sfida strategica. Finché il contrabbando aereo non verrà fermato e i controlli ai valichi non saranno ripensati in modo radicale, la Giudea e Samaria resteranno un territorio saturo di armi, e il cielo, paradossalmente, continuerà a essere la parte più vulnerabile del confine.