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Il caso Fiano. Tel Aviv e il corto circuito morale del Pd

Dal gemellaggio reciso alla resa alla semplificazione. Ovvero, dove finisce la critica e inizia la cancellazione simbolica di Israele

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Il caso Fiano. Tel Aviv e il corto circuito morale del Pd

Il giorno in cui un partito decide che è Tel Aviv il problema, anche un bambino capisce che quel partito smette (ha smesso da tempo) di capire il mondo e inizia (ha iniziato da tempo) a parlare solo a sé stesso.

La scelta di troncare il gemellaggio con Tel Aviv, lungi dall’essere un gesto simbolico di protesta (e poi contro chi?), è una dichiarazione di guerra politica che racconta molte più cose quanto vorrebbe che si sapessero. E infatti Emanuele Fiano non è riuscito o non ha voluto (il che fa lo stesso) girarci intorno: restare diventa difficile quando si passa dalla critica legittima a Israele a un riflesso automatico che colpisce tutto ciò che lo Stato ebraico rappresenta, anche quando si tratta di rapporti culturali, civili ed urbani.

E’ altrettanto ovvio che questa non è una mozione su una guerra né una posizione su un governo, né un dissenso su una strategia militare. Qui si decide che il legame con una città — Tel Aviv, che è molto più di un simbolo politico, è una società aperta, un laboratorio democratico, un pezzo di Occidente nel Medio Oriente — va reciso.

E allora arriviamo al punto che alla fine è semplice e brutale: quando si arriva a colpire Tel Aviv, non si sta più discutendo di Netanyahu, né delle operazioni militari, né delle responsabilità di un conflitto, ma si sta scegliendo un bersaglio più comodo, più semplice e, guarda un po’, anche più applaudito. Si sta spostando la linea, piano piano, fino a far diventare Israele in quanto tale qualcosa da isolare, da mettere tra parentesi, da “sanzionare” simbolicamente. Da abolire. Da cancellare. Dal fiume al mare.

E allora la domanda di Fiano è più che legittima: dove si ferma questa deriva? Perché oggi è un gemellaggio, domani è un’università, dopodomani una collaborazione scientifica. Il meccanismo è sempre lo stesso, e a cambiare è solo l’oggetto.

Dentro questa storia c’è un dettaglio che pesa fino a schiacciare chi finge di non vederlo, la totale incapacità di distinguere. Si mescolano governi e città, eserciti e cittadini, scelte politiche e identità collettive. È una scorciatoia morale che permette di sentirsi dalla parte giusta senza doversi sporcare le mani con la complessità.

E infatti la complessità è bella che sparita nel bravo e frustratissimo Pd. Sparisce il fatto che Tel Aviv – e più in generale, Israele – è capace di esprimere anche opposizione interna, dissenso, protesta. Sparisce che è uno dei luoghi dove Israele si discute più duramente. Sparisce tutto, resta solo un nome da cancellare.

Quando succede tutto questo, il problema non è certamente Israele ma il bisogno di semplificare il mondo al punto da renderlo irriconoscibile. E a quel punto sì, restare diventa impossibile. Non per Israele. Per onestà intellettuale. Se è questo che il Pd vuole diventare, se è questo che il Pd è diventato, prego, si accomodi.


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