Nonostante tutto l’impostazione che Donald Trump ha dato al suo “Board of peace” (Consiglio per la pace) che dovrebbe affrontare essenzialmente la questione ricostruzione/pacificazione di Gaza, almeno in parte sta funzionando. Mettere al centro della soluzione della crisi di un’area che in forme diverse continua ad alimentare conflitti dal 1948 in poi, scegliere gli “affari”, le questioni economiche sostanzialmente prima di quelle politiche in qualche modo ricorda l’impostazione che gli americani attuarono nel Secondo dopoguerra con il Piano Marshall: l’impegno a dare una prospettiva concreta di ricostruzione agli europei fu la base per lanciare insieme i progetti politici che accompagnarono il Dopoguerra, dal lancio dell’integrazione comunitaria alla costituzione della Nato.
Al centro dell’iniziativa trumpiana c’è la collaborazione di Stati Uniti e Israele con la parte decisiva del mondo islamico: Arabia saudita, Emirati, Turchia ed Egitto nonché nazioni così importanti come il Marocco, la Giordania, l’Indonesia, i fondamentali stati musulmani del Centro Asia nonché quelli europei come Albania e Kosovo.
Di per sé questo fatto ha una portata storica e offre una metodologia per affrontare alcuni elementi di possibili crisi che in parte già si avvertono: il nuovo rapporto tra Turchia, sauditi e Pakistan che crea preoccupazioni naturalmente a Israele con i suoi rapporti tesi con Ankara e Doha, ma anche i mal di pancia di alcuni Emirati talvolta in competizione con Riyad, e i malumori degli Egiziani ancora critici con chi sponsorizzò al Cairo i Fratelli musulmani, nonché le inquietudini di altri soggetti estranei al “Board” come Grecia e India, impegnati in rilevanti investimenti nel Mediterraneo nella cruciale area intorno a Cipro. Però, al di là delle contraddizioni, affrontare le questioni pragmaticamente invece che inseguendo astratti principi universalistici può essere la base per risolvere con le trattive invece che con la guerra alcuni punti di crisi ancora aperti.
Naturalmente sono molteplici i problemi che pone la concezione alla base dell’iniziativa “Board of peace”, per il suo carattere centralistico, e sostanzialmente patrimonialistico. Forse era una scelta inevitabile per non fare la fine di una delle tante missioni fallite dell’Onu (Libano, Siria, Libia, Sudan, Yemen e così via) e riuscire a dare così anche ai palestinesi prospettive e speranze concrete di vita e lavoro, invece che inventarsi improvvisati Stati che poi non sono in grado di reggere concretamente e devono ricorrere ai sussidi (che diventano nel caso dell’Iran finanziamenti al terrorismo) per far sopravvivere le popolazioni di Gaza e Cisgiordania.
Certamente questa impostazione centralistica rende complicato il rapporto con le democrazie europee che anche per le loro Costituzioni difficilmente possono partecipare a istituzioni come il “Board”. Però apre all’Unione europea la possibilità di un’iniziativa politica (politica: un terreno che l’attuale presidente americano presiede malamente) per completare l’opera di pacificazione della Striscia e in parte della Cisgiordania.
Probabilmente il completamento di quello che gli Stati Uniti fecero dopo il 1945 costruendo, come prima si ricordava, la Nato e incoraggiando l’integrazione europea, impostazione che ebbe successo anche grazie a superbi strateghi di politica estera come George Kennan, oggi potrebbe essere un compito su cui impegnare Bruxelles purché si coordini bene con gli Stati membri fondamentali dell’Unione, frenando così quei protagonismi personali di questo o quel leader europeo che nel periodo più recente hanno creato più intoppi che soluzioni ai processi di pace in Medio Oriente.
In questo senso la via migliore per costruire qualcosa di nuovo potrebbe essere un vertice tra Unione europea e Lega araba, preparato consultando prima Stati Uniti, Gran Bretagna, Israele, Turchia e India, soggetti decisivi anche se non facenti parte né della Lega né dell’Unione. Questa, secondo me, potenzialmente sarebbe la mossa giusta per intervenire senza arroganza ma dimostrando spirito concreto, e chiedendo e offrendo rispetto a tutti gli interlocutori necessari.
Il Board of Peace: Stati Uniti e Israele con la parte decisiva del mondo islamico